È stata un’elezione dal sapore dei tempi passati, quella di mercoledì scorso a Berna – pur con le sue sorprese.
Con l’elezione incontestata dell’Udc Albert Rösti al primo turno, è sembrato di essere tornati ai decenni precedenti l’era Blocher, fatta invece di confronti aspri e sgambetti. Candidato di punta del proprio partito, già suo presidente, il bernese di Kandersteg e ammiratore di Adolf Ogi è una persona che cerca il consenso e sa creare alleanze con gli altri partiti di centro e centro-destra. L’Udc sta dunque perdendo la sua spinta radicale, o ha capito che per contare davvero nei governi deve trovare personalità aperte ai compromessi, mentre nei parlamenti può continuare a fare un’opposizione dura?
Con l’elezione di Elisabeth Baume-Schneider, una ex consigliera di Stato giurassiana perfettamente sconosciuta nel resto della Svizzera fino a qualche settimana fa, si conferma invece una certa tradizione che vede i parlamentari preferire una personalità femminile meno profilata e più… simpatica e materna. In altre e più drammatiche circostanze, nel 1993 i deputati preferirono Ruth Dreifuss alla sindacalista Christiane Brunner (in una prima votazione venne eletto il neocastellano socialista Francis Matthey, che poi non accettò la nomina). Mercoledì la giurassiana ha superato per pochi voti Eva Herzog, consigliera di Stato dal carattere forte, nonostante la basilese fosse molto più preparata sui dossier. Ma l’affermazione a sorpresa di Elisabeth Baume-Schneider è anche la conferma che l’elezione di un consigliere federale è anche influenzata da tatticismi politici: a volte si elegge qualcuno per sbarrare la strada a qualcun altro. Nel caso specifico il sospetto manifesto è che l’elezione della giurassiana servisse anche a impedire che il sindacalista ginevrino Pierre-Yves Maillard potesse un giorno ereditare la poltrona di Alain Berset. Con l’arrivo di Baume-Schneider c’è per la prima volta una maggioranza di membri latini in Consiglio federale (tre romandi e un ticinese), per cui alle dimissioni di Berset si dovrà puntare su candidati svizzero-tedeschi, con buona pace di Maillard.
Il risultato è un Consiglio federale che rispecchia l’anima rurale e periferica della Svizzera, mentre la ripartizione dei dipartimenti conferma la dominanza della maggioranza di centro-destra in governo.
Parmelin viene dal Vaud vinicolo, Baume-Schneider dalle terre agricole e periferiche del Giura, Cassis, Berset, Amherd da cantoni periferici, Keller-Sutter e Rösti da contesti rurali. I media svizzero tedeschi hanno infatti immediatamente rimarcato non solo l’inusitata maggioranza latina in governo (che rappresenta solo il 30 per cento della popolazione svizzera), ma anche l’assenza di esponenti delle regioni urbane. C’è chi, come il «Tages Anzeiger», nella foga ha chiesto che Alain Berset e Guy Parmelin si dimettano alla prossima rielezione del Consiglio federale (2023) per far spazio a rappresentanti urbani e per permettere di ristabilire gli equilibri linguistici all’interno del governo. Sullo stesso giornale, invece, il politologo Michael Hermann vede positivamente, per la coesione nazionale, una forte presenza di esponenti delle regioni periferiche e rurali in governo: le tendenze economiche e sociali sono dettate dai centri urbani, i cantoni periferici e il mondo rurale hanno spesso la sensazione di essere scavalcati, quindi essere rappresentati in governo aiuta a sentirsi coinvolti nel dibattito politico.
Dicevamo della forza del centro-destra in governo: i dipartimenti sono stati assegnati secondo il volere dei ministri Plr e Udc (lasciando l’amaro in bocca al PS); la liberale Karin Keller-Sutter ottiene il Dipartimento delle finanze lasciato libero da Ueli Maurer, il democentrista Albert Rösti il Dipartimento dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni. Cassis resta al suo posto, nonostante fosse ambito da Alain Berset, Elisabeth Baume-Schneider va al Dipartimento di giustizia. I dipartimenti chiave sono in mano al centro-destra, che ora dovrà mostrare come pensa di affrontare le crisi attuali, a cominciare dalla politica energetica e più in generale da come definirà i rapporti con l’Europa e la neutralità in politica estera, senza dimenticare il futuro delle assicurazioni sociali.