Un impero senza fondamenta

/ 10.10.2022
di Peter Schiesser

Le lunghe file di centinaia di migliaia di russi che fuggono dal loro paese per non venire arruolati risvegliano un ricordo del 1989: a fine estate, migliaia di tedeschi della Germania orientale, la comunista DDR, scapparono all’ovest attraverso la frontiera ungherese, dopo che il governo magiaro rimosse le restrizioni al confine con l’Austria. Si ripete la storia? La Russia, perlomeno quella putiniana, come allora l’Unione Sovietica, è prossima al crollo? Le condizioni sono diverse. Allora fallì un tentativo di riformare il sistema e la società, oggi abbiamo un autocrate che cerca di salvare se stesso con un apparato repressivo efficace. Ma il sogno di un impero degno degli zar più grandi resterà incompiuto, per un Vladimir Putin sempre più solo.

Una recente visita alla spianata delle adunate naziste a Norimberga e al vicino Doku Center che ne illustra la storia nell’ambito dell’ascesa del nazismo, conferma una stridente differenza fra la Germania che vagheggiava la creazione di un millenario Terzo Reich e la Russia neo-imperiale di Putin. Le adunate annuali del partito nazionalsocialista a Norimberga, tenutesi dal 1933 al 1938, con fino a 200mila partecipanti, erano una sentita esaltazione del nazismo, ogni dettaglio, anche dell’abbigliamento e dell’equipaggiamento, era definito con precisione. Hitler mostrava al mondo una Germania pugnace, decisa, disciplinata, entusiasta, unita dietro al Führer e pronta a seguirlo ovunque, fino alla disfatta. A Putin scappano i cittadini non appena annuncia una mobilitazione parziale. Il patto con la popolazione russa – disinteressarsi della politica finché è garantito un benessere – si sbriciola, la finzione di una guerra-non guerra non è più creduta, il mito di un esercito invincibile è polverizzato, chi scappa lo fa perché non vuole fare da carne da cannone, molti sono contrari alla guerra contro gli ucraini tout court. Così non si vince una guerra né si restaura un impero.

Come reagisce un autocrate quando sente che gli sta sfuggendo il potere? Se in un’America dalle salde tradizioni democratiche (interne) un Donald Trump incapace di riconoscere la sconfitta alle urne è riuscito a provocare un assalto al Campidoglio, di che cosa sarà ancora capace un Vladimir Putin che in questo momento sta lottando per la propria sopravvivenza politica e fisica? A ogni contraccolpo e sconfitta ha alzato la posta, di nuovo velatamente torna a minacciare l’uso di armi atomiche per difendere le regioni ucraine ufficialmente annesse alla Russia. Putin è sempre più solo, sta perdendo il sostegno anche di Cina, India, Turchia, Kazakistan. Sta perdendo altri pezzi delle regioni ucraine annesse, che in precedenza non controllava neppure per intero, mentre i nazionalisti criticano ministri e generali e i continui arretramenti.

Come reagisce l’apparato di un sistema dittatoriale quando il capo ti porta verso la rovina? L’isolamento economico impoverisce il paese, i cervelli e centinaia di migliaia di giovani fuggono, chi si è arricchito con il sistema putiniano vede i suoi beni confiscati o a rischio, l’esercito viene distrutto e umiliato, la Russia è diventata il pariah internazionale più della Corea del Nord e il Venezuela. Fino a quando i russi seguiranno Putin? Fino a quando un solo uomo, un uomo sempre più solo, riuscirà a mantenere un potere di vita e di morte su un paese così enorme? Ma chi verrebbe dopo di lui?

Il Ventunesimo secolo puzza ancora molto di Novecento. Se l’Europa stava lentamente sanando le sue ferite, la Questione russa restava aperta. La pacifica implosione dell’Unione Sovietica è stata solo un episodio, cui non è seguita una rinascita della Russia su solide basi economiche e politiche. Putin è il frutto di un paese che non ha mai fatto i conti onestamente con il passato, balzato dallo zarismo al bolscevismo, ad una timida primavera democratica subito soffocata nel caos di un capitalismo selvaggio, per poi approdare ad un neo-zarismo. Più a lungo durerà la guerra e il potere di Putin, maggiori saranno i danni e minori le possibilità di risollevarsi e di immaginare un più equilibrato e sostenibile contratto fra potere e società. Non sappiamo fino a quale punto giungerà la catastrofe, per i russi e per noi, ma appare verosimile che dopo la guerra non ci sarà una vera pace in Europa senza una stabilità degna di questo nome in Russia.