Nel calcio faccio fatica a ricordare grandi club mondiali costretti ad abbassare le saracinesche per fallimento. Ricordo in compenso molte società di medio e piccolo cabotaggio che sono naufragate nel mare tempestoso delle eccessive ambizioni. In Svizzera siamo stati dei modelli, vedi Wettingen, Losanna, Servette e Neuchâtel Xamax. In Ticino potremmo fregiarci del titolo di Dottori honoris causa. Tutti i nostri maggiori club, con storie e meccanismi molto simili, hanno vissuto l’onta del colpo di spugna che ha cancellato decenni di onesta e a volte gloriosa storia. Ultimo in ordine di tempo il FC Chiasso, che si sta attrezzando per ripartire dai piedi della scala con parametri e strutture che paiono diversi, più credibili e soprattutto più compatibili con gli appetiti e le passioni della tifoseria locale.
Nell’albo d’oro, dall’inizio del terzo millennio, sono entrate solo le città di Zurigo, Basilea e Berna. Alla luce di questa considerazione, le due finali di coppa giocate (una vinta) dal Lugano, hanno il piacevole sapore del miracolo.
Se i chiari di luna del calcio elvetico non lasciano intravedere romantici sogni d’amore e di successo per i cosiddetti piccoli club, nella pallacanestro la situazione è persino più drammatica.
Tutte le società che hanno conquistato il titolo nazionale dal 1932 al 1964 sono scomparse dai radar. L’anno successivo è giunto il primo trionfo dell’Olympic Friburgo che, da allora, di allori ne ha inanellati venti, fra i quali gli ultimi cinque consecutivi. Il Ticino ha provato con successo a spezzare l’egemonia dei burgundi. Lo ha fatto negli eroici ed entusiasmanti anni Settanta, con il tris della Federale Lugano (1975-76-77) e con il Viganello che si è imposto nel 1980. Lo ha rifatto con la fiammata del Bellinzona, tre volte campione dal 1993 al 1995. Infine ancora con i Tigers, otto volte davanti a tutti nel terzo millennio, e con la Sav Vacallo nel 2009. La Sam Massagno, ed è storia di questi giorni, ha sfiorato il sogno del «triplete». Dopo il successo in Coppa della Lega, è stata superata all’ultimo atto in Coppa Svizzera e in Campionato proprio dall’Olympic.
L’ottima stagione della squadra diretta da Robbi Gubitosa potrebbe essere un segnale di incoraggiamento, una sorta di «Yes we can». Far capire all’ambiente che è possibile invertire questa malefica tendenza all’accentramento dei poteri potrebbe stimolare altre realtà a non mollare. Negli ultimi anni, troppi club, sia in campo maschile sia in quello femminile, sono stati costretti a ridurre bilanci e ambizioni, ad autoretrocedersi in Lega B, o persino a ripartire dalle Leghe regionali. Al termine di questo campionato, al quale erano iscritte undici società, e già questa è un’anomalia, hanno gettato la spugna i giurassiani del Boncourt, campione svizzero nel biennio 2002-2004, e i lucernesi dello Swiss Central. In virtù della promozione del Pully, forza storica della nostra pallacanestro, il prossimo torneo vedrà al via dieci squadre.
Abbiamo perlomeno recuperato la parità, ma il dato deve preoccupare. Anche perché i bilanci sono tutt’altro che faraonici. I numerosi giocatori di scuola straniera che calcano i nostri parquet ricevono ingaggi che non consentono follie. Un compenso modesto, che ha più il sapore di un rimborso spese, un’utilitaria, un alloggio e, magari, un paio di ristoranti convenzionati dove nutrirsi. Ma ogni squadra, di giocatori stranieri, ne ha parecchi. E là dove gli sponsor sono magrolini e le entrate alla palestra faticano a superare le 200 unità, non è semplice far quadrare i bilanci.
Sono certo che i dirigenti seri e appassionati dei club costretti a chiudere bottega, le abbiano tentate tutte prima di prendere una decisione drastica. Da frequentatore occasionale dei palazzetti e della realtà del basket svizzero, non riesco a individuare vie di uscita, se non quella di un sano ridimensionamento. Ciò significa ridurre, e non di poco, il numero dei giocatori stranieri, tornando magari a due. Significa soprattutto concedere molto più spazio ai giocatori del vivaio. Ne scaturirebbe un campionato a breve termine meno spettacolare, e tecnicamente meno attrezzato. Tuttavia, se lo scarso budget a disposizione fosse utilizzato prevalentemente per assoldare ottimi formatori, a medio e lungo termine tutto il movimento ne potrebbe trarre beneficio.
Quando, negli anni Sessanta e Settanta, le quattro società ticinesi del calcio gravitavano tra LNA e LNB, nove undicesimi della squadra erano giovanotti della regione che si dividevano tra la passione per il calcio, e un lavoro, chiamiamolo così, a tempo parziale. Mi chiedo se questo modello «vintage» non possa essere riportato in auge.