Tariq, il più famoso dei fratelli Ramadan, teologo per eccellenza del dialogo tra mondo islamico ed europeo, finisce a processo per violenza carnale e coazione sessuale. Una donna convertita all’Islam l’accusa di avere brutalmente approfittato di lei in un albergo ginevrino nel 2008. Una storiaccia rafforzata da testimonianze analoghe giunte in passato da altre quattro ragazze in Francia. Ferma restando la presunzione di innocenza – lui nega ogni addebito – a meno di una sentenza di segno opposto (il verdetto è previsto tra due giorni), Ramadan rischia dai due ai dieci anni di carcere. Sappiamo poco della vicenda criminale e ci auguriamo che alla fine trionfino la verità e la giustizia.
Tariq è sempre stato al centro di furibonde controversie. Ma avvenivano a un livello completamente diverso; più alto, prezioso e perfino necessario. Egli ci obbligava a riflettere su una delle questioni più roventi della modernità: il rapporto dell’Occidente europeo e svizzero con la galassia sfuggente dell’Islam.
Dei pensatori musulmani inseriti nel nostro contesto, Tariq era non solo il più presentabile, ma anche il più acuto. Niente a che vedere con la predicazione sanguigna di suo fratello maggiore, Hani, che dal Centro islamico di Ginevra sosteneva che la lapidazione degli adulteri non è poi così crudele (ma davvero? Com’è che non riusciamo a capirlo?). Poco da dividere, almeno in apparenza, anche con le dottrine di suo nonno Hassan al-Banna, storico fondatore in Egitto dei Fratelli Musulmani, movimento politico-religioso che numerosi osservatori considerano – a torto o a ragione – ispiratore di vari gruppi terroristici di matrice islamica.
Prima del crollo d’immagine dovuto alle citate accuse, si presentava come un dotto charmeur, idolatrato dagli allievi e coccolato dai media per quel suo atteggiamento quasi messianico di «costruttore di ponti» tra universi apparentemente inconciliabili. Una vedette internazionale, il professore di scienze islamiche contemporanee prima all’Università di Ginevra e poi a Oxford più richiesto della piazza. Aveva l’eloquio dei retori di razza, a suo modo era un guru.
Qualche anno fa lo osservavo con sospetto. Poi l’ho intervistato e ho capito la chiave del suo successo. Diceva cose giuste che volevamo sentirci dire: «Sono fra quelli – mi aveva spiegato nel 2007 – che dicono che si può essere musulmani e occidentali senza essere meno musulmani per essere più occidentali e meno occidentali per essere più musulmani. Le due cose sono del tutto compatibili e milioni di musulmane e di musulmani lo dimostrano tutti i giorni». O anche: «Come cittadino sono svizzero e la mia lealtà va completamente alla Svizzera e non c’è nulla nei miei riferimenti musulmani che potrebbe giustificare il fatto di andare contro alla mia appartenenza alla Svizzera». E ancora: «La mia posizione sul velo che copre i capelli? Non si può imporre a una donna di metterselo, ma non si può neppure imporle di toglierlo. Ho preso posizione contro l’Iran e contro l’Arabia Saudita quando hanno imposto alle donne di indossarlo». Tesi sostenute pure da altri pensatori islamici «moderati», seguite con entusiasmo da parecchi giovani della comunità musulmana europea e certamente utili a disinnescare in partenza tensioni sociali e culturali con l’Occidente.
Alcuni osservatori ritengono che predicasse bene e razzolasse male e che le sue idee «aperte» fossero solo di facciata. Ma, per quanto ha scritto e predicato negli anni, Ramadan rappresentava la corrente dei musulmani rispettosi che vorremmo alla porta accanto, l’antidoto mentale ai veleni dello scontro di civiltà. Non sappiamo come finirà la sua vertenza giudiziaria. Se era un abusatore applaudiremo alla sua condanna. Ma speriamo anche che le idee più ragionevoli e sensate che ha contribuito a diffondere con altre persone di buona volontà non vengano seppellite nell’oblio insieme a lui.