È cominciato tutto i primi giorni di ottobre, quando Kanye West, in quella che poteva essere una distorsione della sindrome di Stoccolma o semplicemente il preludio a una nuova crisi psicotica, si era presentato alle settimane della moda di Parigi indossando una t-shirt con la scritta «White Lives Matter». E le vite dei bianchi importano, eccome: lo sappiamo dalla storia e lo leggiamo nella cronaca, anche da noi, ed è giunta l’ora di un’inversione di tendenza.
Ma se molti avevano inizialmente cercato di giustificare il rapper di Atlanta (che nel curriculum, oltre a una produzione musicale avanguardistica, vanta quattro figli con Kim Kardashian, una candidatura alle presidenziali Usa, collaborazioni di successo nella moda e amicizie altolocate) pensando che la sua fosse da leggersi come una provocazione, hanno dovuto presto ricredersi. Kanye West voleva dire proprio quello che aveva fatto stampare sulle sue t-shirt, e ha tirato in ballo anche il povero George Floyd, imputando la sua morte non tanto al nefasto e brutale intervento di poliziotti bianchi, quanto a un’overdose di Fentanyl. Sono poi seguite, in un vortice sempre più delirante, affermazioni antisemite, litigi online e temporanee diffide da alcuni social.
In molti hanno all’inizio tentato di spingere l’artista a ritrattare, ottenendo però l’effetto contrario: Mr West – o Ye, come ama farsi chiamare – ha sparato sempre più in alto. E ora gli estremisti statunitensi hanno trovato in lui un ottimo rappresentante, disinibito al punto da interessarsi all’acquisto del social di destra Parler (che ha permesso l’organizzazione dell’attacco a Capitol Hill).
Potere incontrollato e incontrollabile delle star, verrebbe da dire. E senza scomodare l’America, è quello cui abbiamo assistito anche nelle recenti faide tra gang di trapper a Milano, con tanto di agguati e accoltellamenti, imboscate e dichiarazioni d’odio cui non sono mai seguite scuse o pentimenti. Eppure, Simba La Rue e Baby Gang sono diventati, se possibile, ancora più popolari.
Potere pericoloso di un genere musicale (il rap, ma anche la trap e la drill) che ha sempre strizzato l’occhio a violenza e sessismo, sopraffazione e criminalità, e in cui la strada e il «vivere contro» spesso vengono elevati a massimi modelli.
Ma un genere che non è, e non deve essere solamente questo: lo ha dimostrato la settimana scorsa a Zurigo e a Losanna l’artista di Compton Kendrick Lamar, primo esponente del rap a vincere, a nemmeno trent’anni, un Premio Pulitzer per «autenticità vernacolare e dinamismo ritmico» e per essere riuscito, con l’album Damn, a «catturare la complessità della moderna vita afro-americana». Da quel premio sono passati cinque anni, per lo più lontani dai social, riempiti da una vita privata imperscrutabile e – si dice – un blocco dello scrittore e la rielaborazione di vicende famigliari.
Nell’attesissimo ultimo album, Mr. Morale & The Big Steppers ci sono, narrati nel suo flow inconfondibile, padri assenti, parenti transgender, questioni di salute mentale, crisi di coppia e non da ultimo, in quello che è un denso leitmotiv, le disparità che la società riserva a persone di etnia diversa da quella cosiddetta caucasica. Anche se non possiamo immaginare cosa significhi essere afroamericani, possiamo imparare, ascoltando i brani di questo rapper schivo e riservato, considerato da critica e colleghi fra i migliori al mondo, come possa sentirsi chi si ritrova a subirle, certe disparità. Come razzismo e disprezzo di un’identità altra possano minare le fondamenta di chi li subisce, destabilizzandolo.
E si tratta di una competenza assai utile, se pensiamo alle sfide che siamo chiamati ad affrontare nell’imminenza, anche in Svizzera, circondati da un mondo in subbuglio e proiettati verso profondi cambiamenti e nuove convivenze culturali.
Le decine di migliaia di giovani che intonavano «I hope you find some peace of mind in this lifetime / I hope you find some paradise» (spero tu possa trovare un po’ di pace mentale in questa vita / spero tu possa trovare un po’ di paradiso) a Losanna e a Zurigo, osannando il messaggio maturo e sofferto di Lamar, condividendolo nel canto, e dimostrando di conoscere il significato profondo di ogni suo verso, per un attimo ci hanno lasciato ben sperare. Sia per le nuove generazioni, sia per il rap. E forse sbaglia il minuto rapper di Compton, quando sul finire del concerto canta «Kendrick made you think about it, but he is not your savior» (Kendrick ti ci ha fatto riflettere, ma non è il tuo salvatore).