Sudan: la lotta tra due feroci generali

/ 24.04.2023
di Paola Peduzzi

Abdel Fattah al Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, sono due generali sudanesi. Il primo è il capo di Stato di fatto e guida l'esercito regolare; il secondo è il suo numero due e guida le Rapid Support Forces (RSF), la più importante milizia paramilitare del Paese. Entrambi sono cresciuti sotto la protezione dell'ex dittatore del Sudan, Omar al Bashir; entrambi hanno contribuito allo sterminio nella regione del Darfur, nella parte occidentale del Paese (trecentomila morti, due milioni di sfollati). Entrambi hanno abbandonato Bashir quando hanno realizzato che non era salvabile, ma prima hanno partecipato alla repressione violenta delle manifestazioni contro il regime; entrambi hanno cacciato i rappresentanti non militari dal Consiglio di transizione nel 2021 (un golpe); entrambi hanno cercato e trovato sostegno dagli altri Paesi della regione, a Riad, al Cairo, ad Abu Dhabi soprattutto. Entrambi si sono equipaggiati e organizzati per un eventuale scontro: l'esercito regolare conta circa 200 mila uomini, le RSF circa la metà, ma hanno ricevuto consigli e addestramento dalla Wagner russa e sono da sempre considerati di una violenza fuori controllo, essendo di fatto Janjaweed, «diavoli a cavallo», gli autori delle uccisioni, delle torture, degli stupri in Darfur.

Si sono mossi insieme, Burhan e Hemedti, ma quando avrebbero dovuto firmare l'accordo per far confluire le RFS dentro l'esercito regolare hanno deciso di farsi la guerra. Non è stato l'impeto di un momento: si sono preparati a farsi la guerra mentre al resto del mondo dicevano che avrebbero fatto la pace. Declan Walsh ha scritto sul «New York Times»: «Gli inviati in Sudan dei Paesi stranieri hanno organizzato lunghi incontri con i due generali nel tentativo di raggiungere un accordo. Sono state fatte promesse, sono state estorte alcune concessioni. Si è svolta persino una cena insieme, a casa di un generale. Ma nelle strade le macchine militari rivali si stavano attrezzando per la battaglia. Di notte le truppe entravano silenziosamente nelle basi degli altri a Khartoum, si marcavano a vicenda, come su un campo da calcio».

Entrambe le fazioni dicono di essere state provocate e di non aver avuto altra scelta se non difendersi, ma la mossa cruciale l'ha fatta Hemedti: la mattina del 15 aprile le RFS sono entrate in un aeroporto di Khartoum, hanno sparato anche ai passeggeri civili (due morti) per fermare tutti gli aerei. Sui social hanno iniziato a circolare i video della presa di tutti gli aeroporti, mentre il generale Hemedti concedeva un'intervista ad «Al Jazeera». Burhan è un criminale, ha detto, vuole distruggere il Paese, va fermato, catturato o morirà «come un cane». I sudanesi si sono chiusi in casa, ma non è stato sufficiente: sono cominciati i rastrellamenti, che sono uno dei metodi favoriti dalle RFS per conquistare silenzio e consenso. Non che il popolo del Sudan stia dalla parte dell'esercito, che è emanazione del regime di Bashir, che ha contribuito alla creazione dei Janjaweed, che ha represso nel sangue le proteste del 2019 e anche quelle prima e che ha escluso la società civile dalla gestione del potere. Ma Hemedti ha creato una forza militare, le RFS, con una natura mercenaria, che ha operato in altri Paesi, come in Libia e in Yemen, che ha una formazione da guerriglia e che per questo spaventa terribilmente i civili.

Ora organizzazioni e attori internazionali stanno cercando di fermare i combattimenti. Però i numerosi inviti al cessate il fuoco non hanno avuto successo. L’obiettivo dei negoziatori è di far parlare i due generali, ma il terreno comune tra loro, se mai è esistito, non c’è più: hanno una visione diversa della gestione della sicurezza, non sono in grado di fondersi in un unico esercito perché hanno metodi e interessi differenti, puntano all’annientamento reciproco. L’unica cosa che li ha tenuti insieme è la determinazione a escludere con la forza la società civile dalla guida del Paese. Per questo i Comitati per la transizione sono a oggi l’unica risorsa credibile per riportare un minimo di sicurezza ma se si leggono i comunicati delle telefonate tra i due generali e i leader egiziani, sauditi ed emiratini che sostengono una o l’altra parte, la variabile «società civile» è assente. È questo il pericolo più grande: lo era il 15 aprile quando lo scontro è cominciato, lo è ora, una montagna di morti dopo.