Nell’occuparsi del passato, più o meno recente, si matura l’impressione di vagare nel labirinto degli specchi di Lucerna, una fantasmagoria di riflessi, dov’è facile perdere la bussola, disorientati dalle geometrie deformanti. E così concetti che si ritenevano per acquisiti e ben incardinati nel contesto ritornano in scena con lo stesso nome ma con significati diversi, a volte opposti. Ultimi esempi: la nozione di «liberi e svizzeri» e la «sovranità alimentare». La prima risale allo spirare del Settecento, all’agonia dell’antico regime. Nel 1798 la Repubblica cisalpina voluta da Napoleone, comprendente l’attuale Lombardia e altri territori contigui, estese le sue mire sui baliaggi meridionali dei signori svizzeri. Il progetto consisteva nell’annettere quelle terre, italiane per lingua e cattoliche per religione, alla Cisalpina, com’era avvenuto per la Valtellina. L’intento tuttavia fallì, i luganesi per primi si opposero all’occupazione mobilitando numerosi volontari armati al motto di «liberi e svizzeri». Il monumento di Piazza dell’Indipendenza, eretto un secolo dopo, ricorda quell’episodio, posto a fondamento del processo costitutivo della repubblica ticinese.
L’espressione ricompare per la seconda volta negli anni Trenta, per iniziativa del Consigliere di Stato Guglielmo Canevascini. Deciso ad impedire che il fascismo mettesse piede anche in Ticino, Canevascini nel gennaio del 1934 fondò una società segreta sotto il nome di «Liberi e Svizzeri». Furono queste squadre d’azione a sbaragliare alcune decine di esaltati sottocenerini che si erano messi in testa di ripetere la marcia su Roma a Bellinzona. La terza rinascita dell’espressione la ritroviamo a metà degli anni Settanta, sotto il nome di «Alleanza liberi e svizzeri», associazione che intendeva arginare l’infiltrazione della sinistra marxista e rivoluzionaria nei vari ordini di scuola e nella radiotelevisione. Ora – e siamo ai giorni nostri – «liberi e svizzeri» si dicono perfino i comunisti, nella convinzione che la Svizzera abbia compiuto un errore madornale nell’abbandonare la neutralità integrale di fronte dell’aggressione della Federazione russa all’Ucraina (posizione analoga a quella assunta dall’UDC e dalla neonata Pro Svizzera).
Altrettanto singolare appare la parabola della «sovranità alimentare», indirizzo volto a contrastare le multinazionali dell’agroalimentare e a promuovere il cibo lento e salutare, in contrapposizione con il «fast food» straricco di grassi e di zuccheri, causa prima di obesità e di disfunzioni cardiovascolari. Uno dei principali bersagli delle campagne contro l’agrobusiness furono gli organismi geneticamente modificati: iniziative che in Francia, alla fine del secolo scorso, sfociarono in manifestazioni e occupazioni guidate da un agricoltore occitano, José Bové. Ma le proteste si sono via via estese alla tutela delle risorse naturali, alla difesa dell’acqua come bene pubblico primario, al controllo delle sementi. Le figure più note sono l’indiana Vandana Shiva, l’italiano Carlo Petrini, il francese Serge Latouche.
Ma tornando agli affari locali, occorre ricordare che la sovranità alimentare è arrivata anche nelle nostre urne: la prima volta il 23 settembre 2018, attraverso un’iniziativa popolare nazionale (respinta); la seconda volta il 13 giugno 2021 nel solo canton Ticino, via referendum perché c’era di mezzo una modifica costituzionale. Il testo – accettato con il 62,1% dei votanti ticinesi – è quindi stato inserito nella Costituzione (art. 14/n) e recita: «Il Cantone provvede affinché sia rispettato il principio della sovranità alimentare in quanto ad accessibilità agli alimenti per una dieta variata, alla destinazione d’uso sostenibile del territorio e al diritto dei cittadini di poter decidere del proprio sistema alimentare e produttivo». Si poteva far meglio, l’articolo non è un capolavoro letterario, ma questo è. La sovranità alimentare è anche nostra, non solo dei francesi e degli italiani. Due esempi, soprattutto il secondo, che ben illustrano la situazione che si è creata dopo la morte delle ideologie, un labirinto linguistico e concettuale che sta accompagnando le nostre giornate, un andirivieni dalla destra alla sinistra e viceversa, scavalcando steccati che sembravano inamovibili. D’altra parte nell’universo della post-verità in cui siamo immersi possiamo aspettarci tutto e il contrario di tutto.
Sovrani nei campi nostri
/ 21.11.2022
di Orazio Martinetti
di Orazio Martinetti