Si riguardi, signor Bonafede

/ 23.01.2023
di Carlo Silini

Cercando di metabolizzare la notizia della cattura di Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa Nostra rimasto in latitanza per un trentennio, ho pensato al personale medico che si è occupato di lui nella clinica La Maddalena a Palermo. Ho immaginato l’infermiere, o più probabilmente l’infermiera, che l’accompagnava alla chemio. Me la sono raffigurata come una donna paziente che si prendeva cura con scrupolo e delicatezza dell’individuo che ai suoi picciotti confidava che avrebbe potuto riempire un cimitero con i corpi delle vittime che aveva ucciso di persona. Lo stesso uomo che durante la cura condivideva il numero di telefono con le signore che affrontavano accanto a lui la chemioterapia. Perché c’è una solidarietà segreta tra chi soffre dello stesso male e non c’è bisogno di sapere chi sei e di quali meriti o delitti sei portatore, per solidarizzare e condividere in silenzio i brividi della malattia e il timore della morte.

E lei, ignara, magari lo teneva per mano, chiedendogli «come sta oggi, signor Bonafede?» (Andrea Bonafede è il nome del signore a cui il boss ha preso in prestito l’identità). Intanto, vigilava coscienziosa sulle macchine. Verificava che tutto filasse liscio, tranquillizzandolo con il contegno nobile dei migliori operatori sanitari che spiegano calmi il programma terapeutico, e preparano i pazienti agli eventuali effetti collaterali: «Non si spaventi se le succede questo o se proverà quest’altro, poi tutto torna come prima». Carezzevole e rassicurante con il tizio che – tra altre mostruosità – aveva fatto strangolare e sciogliere nell’acido un bambino di 12 anni.

Sarebbe bello sapere come si sente oggi, quel-l’infermiera. Cosa pensa del signor Bonafede, lei che probabilmente si sobbarca turni infiniti e quando torna a casa avrebbe solo voglia di una doccia e lenzuola fresche, ma – tolto il grembiule verde-azzurro – attacca con le pulizie del monolocale o col turno non remunerato di mamma e moglie a tempo parziale. Perché c’è una vita fuori dalla clinica, da single o col marito affamato e i figli che girano attorno al tavolo rispondendo a monosillabi. Eppure, in un qualche modo, quella vita di corsa riempie di senso i suoi giorni e la fa brillare nel buio della fatica.

«Madonna santa!», avrà pensato. «Guarda chi ho aiutato. Pensare che sembrava così… normale, come quasi tutti i malati oncologici: incerti e fragili. E invece…»

O forse no, forse per lei, l’anonima infermiera della clinica La Maddalena, un paziente è un paziente e non cambia nulla se nella vita è stato un santo o un assassino. È un problema suo. «Io in coscienza lo curo, poi s’arrangi lui con la propria, di coscienza». Perché le persone oneste ragionano così, non sono capaci di meschinerie. Fanno quello che va fatto anche se gli tocca far del bene a un farabutto.

Continuando questo sogno a occhi aperti potremmo chiederci se proprio il finale di corsa, la cattura in ospedale, non potrebbe avere incrinato il mostro a tutto tondo che ci descrivono i giornali. Non è un’ipotesi buonista o misericordiosa. È, o meglio, sarebbe, uno splendido contrappasso, una lezione che per un uomo come lui equivale a una pugnalata morale, la dimostrazione che trenta o quarant’anni di lussi ed efferati eccessi non valgono un minuto della vita «normale» della sua infermiera.

È stato «tradito» dal cancro, dicevano in molti lunedì scorso, perché soltanto una realtà che sfuggiva al suo spropositato dominio poteva metterlo in scacco e consegnarlo alle forze dell’ordine. Soltanto un male di questo tipo riusciva a terrorizzare chi aveva fatto del terrore la propria arma di ricatto sul mondo. Alla fine, quindi, ha vinto il più forte e anche lui si è dovuto chinare alla tenacia inossidabile degli inquirenti e al progredire anarchico delle metastasi. Da questa sconfitta potrebbe imparare qualcosa. Non la consapevolezza del male che ha fatto (è troppo tardi), ma la scoperta del bene che esiste in modo disinteressato, tra gente comune che campa a schiena dritta e può guardare serenamente negli occhi un boss della mafia per dirgli «Si riguardi, signor Bonafede», prima di andare a casa, felice della propria stanchezza, ad abbracciare i propri sogni e le persone amate.