«Chiudere le porte quando i buoi sono già scappati» è il proverbio che si attaglia spesso alle notizie dedicate alla tecnologia (inclusa questa, naturalmente). Si è discusso negli scorsi scorsi, ad esempio, dell’attacco di Elon Musk alla tecnologia del concorrente Mark Zuckerberg: «Attenti, WhatsApp vi ascolta», minacciava il primo. Dal secondo nessuna particolare reazione, tranne un’altra informazione su cui arriviamo dopo.
Allora: il proprietario di Twitter espone al pubblico ludibrio la concorrenza perché un suo ingegnere avrebbe scoperto che di notte l’app di comunicazione col telefonino verde si è collegata varie volte al microfono, attivandolo e captando presumibilmente suoni d’ambiente senza essere richiesta. La denuncia, occorre dire, è stranamente concomitante con l’annuncio dell’apertura da parte di Twitter di un analogo e concorrenziale sistema di comunicazione vocale/visuale tra i suoi utenti. E questa precisazione basta a ridimensionare almeno un po’ la portata «etica» dell’allarme.
D’altro canto, la denuncia viene a confermare sospetti e conclusioni a cui molti di noi erano giunti, con rassegnazione, da tempo. Vi è già capitato di ricevere un messaggio di posta elettronica «spam» che vi offre un prodotto o una meta di viaggio di cui avete discusso proprio la sera prima a cena coi vostri amici, oppure a cui avete alluso durante una telefonata? Certo, i telefoni ci ascoltano. Lo sapevamo da un pezzo. Fa parte ormai della normalità, l’involontario strip-tease a cui ci costringono le nuove tecniche di marketing digitale.
Onore al merito invece per Bruno Ruffilli, redattore di «Italian Tech», sito web specializzato di «Repubblica», il quale ci spiega come possiamo, se non evitare lo spiacevole fenomeno, perlomeno renderci conto di quando avviene. Gli smartphone basati su Android e gli iPhone possiedono, tra i comandi nella sezione di impostazione, un monitor che tiene sotto controllo proprio l’attivazione del microfono e, soprattutto, che può dirci qual è l’app che lo ha utilizzato e quando.
La funzione di «auto-ascolto» può essere inibita e adattata alle necessità, modificando le «Autorizzazioni» (sotto «Impostazioni») in Android. Niente di analogo nel mondo iPhone: se non che, il sistema possiede un verboso e sofisticato «Resoconto sulla privacy» nell’uso delle app, che ci dà l’idea perlomeno del momento in cui il microfono del nostro telefono si è attivato.
Come già ricordato in questo spazio, spetta a noi gran parte dell’onere di scoprire come funzionano davvero i nostri potentissimi smartphone. In particolare nei loro aspetti più complessi, quelli dove si trovano spesso proprio i loro lati oscuri. Solo con la paziente esplorazione e l’apprendimento continuo potremo diventare utilizzatori responsabili. Non c’è altra possibilità.
Detto questo, e per alleggerire un po’ la discussione, torniamo alla diatriba iniziale. Come ha reagito Zuckerberg alle accuse di Musk? La prima risposta è stata molto diplomatica: si tratta di un «bug» di Android (ciò che vuol dire «è colpa di Google»… come sempre). Rimedio alla situazione potrebbe essere «spegnere e riaccendere il telefono». Qui si rasenta la barzelletta (la sapete quella dei quatto amici in un’auto che si ferma improvvisamente per un guasto? Uno di loro è informatico… immaginate il finale).
Zuckerberg, proprietario di WhatsApp, non si è poi più fatto sentire. Di lui si sa che nelle scorse settimane ha vinto il suo primo torneo di Ju-Jitso. Il giovane Mark dice di essersi appassionato alla disciplina durante il lockdown e di averla praticata con intensità, fino a raggiungere livelli competitivi notevoli. Lo sappiamo capace di imprese sovrumane, come ad esempio imparare il cinese in pochi mesi. Fa parte dei suoi obiettivi personali apprendere ogni anno qualcosa di nuovo, ci spiegano, e il successo nelle arti marziali è una delle conseguenze di questa attitudine.
Da parte nostra potremmo fare altrettanto: obiettivo dell’anno, conoscere meglio il nostro smartphone. Chissà come è messo, sull’argomento, il giovane Zuckerberg.