Sguardi diversi sulle sofferenze del mondo

/ 21.08.2023
di Lina Bertola

Mi era capitato spesso, in anni recenti, di non riuscire a partire per la Grecia, di non riuscire ad immaginarmi piacevolmente immersa nelle acque dell’Egeo. L’anno scorso avevo raccontato, su queste pagine, del ritorno in questo mare e di un inatteso intreccio tra felicità e sofferenza. Ho capito in seguito che quell’esperienza di bellezza, nutrita dalla sofferenza di naufraghi e migranti, è stata solo un dono, una rivelazione momentanea, forse irripetibile.

Ho voluto perciò spiegare i motivi di questa nuova rinuncia ad amici che sanno della mia consueta frequentazione delle Cicladi, nella speranza di poter cogliere, nelle loro risonanze, quel «di più» di senso che sempre ci dona lo sguardo dell’altro.

Dopo l’ennesima tragedia di Kelemata, in cui centinaia di bambini e di donne sono stati inghiottiti dal mare, ho avvertito il bisogno più intimo, più radicale, non tanto di andare incontro a questo mare, ma di attenderlo sulla riva del cuore per accogliervi l’inquietudine di queste acque che forse sanno di tradire il nostro desiderio di infinito nel silenzio sacro di un infinito orizzonte di morte.

La verità disarmata di questo mio sentire mi ha regalato molte risonanze.

C’è stato anche chi ha pensato di rincuorarmi sostenendo che non siamo noi i responsabili di queste tragedie, che non è colpa nostra e perciò non dobbiamo punirci. A queste parole consolatorie mi permetto di rispondere con una semplice domanda: qual è la differenza tra l’esserne responsabili e il rassegnato disincanto di chi si convince di non avere nessuna presa sulle nefandezze del mondo?

Mi hanno fatto riflettere, invece, le diverse motivazioni che hanno accompagnato molte condivisioni. Un affettuoso «ti capisco» mi è stato offerto sia da chi riconosceva nei miei sentimenti la presenza di un valore irrinunciabile, sia da chi invece vi coglieva soprattutto il disagio e il timore di potersi ritrovare in circostanze dolorose e insopportabili.

Al di là della condivisione, in quei «ti capisco» ho colto la presenza di motivazioni che rimandano a modi diversi di stare al mondo e di abitare le sofferenze della vita. Alcuni hanno riconosciuto nella mia scelta l’espressione di un’esperienza originaria del valore, di un bene non ancora contaminato dai valori presenti nella società, né dalle logiche della razionalità che orienta, legittima e controlla l’espressione di questi valori.

Questa condivisione coglie bene la purezza e la potenza di quel sussulto dell’etica, del suo essere atto generativo dell’esperienza umana: l’oikos, la nostra dimora interiore da cui ci apriamo alla vita. Questo valore intrinseco alla vita, che della vita esprime l’essenza e il significato, può indicare un altrove del vivere, sempre un po’ straniero rispetto ai valori riconosciuti. Abitare la vita lasciandoci ospitare dagli strati più profondi della nostra umanità può a volte rivelarsi come un grido dell’anima che dice di no.

Ma i «ti capisco» di condivisione sono stati accompagnati anche da preoccupazioni diverse che riassumo, un po’ brutalmente, così: «Pensa che orribile, dolorosa esperienza potrebbe essere la visione di un corpo restituito dalle onde».

Si capisce bene come motivazioni tanto diverse siano il segno di qualcosa di più profondo, di qualcosa di radicato nel nostro modo di stare al mondo che tocca anche la nostra personale percezione della sofferenza. C’è il «ti capisco» di chi percepisce il dolore in modo autoreferenziale, quando la sofferenza del mondo viene incontro al proprio io e lo sorprende provocando timore e insopportabile disagio. Questa percezione rimanda ad un approccio alla vita e al sentimento di appartenenza assai dominante oggi. È la misura dell’umano ricondotta al proprio esserci, ben visibile in tante espressioni del vivere e del relazionarsi all’altro.

La scelta di fermarsi a guardare l’Egeo dalle rive del cuore, con il tuo io in qualche modo dissolto dentro la presenza di quel lutto sacro che si consuma nel mare, attento a non violarne i luoghi, è invece un’esperienza della sofferenza che tende a superare la misura dell’umano. È un modo di accogliere la vita nell’assenza di differenza tra il mio io e la realtà dentro cui il mio esserci prende forma e senso. Credo che si esprima qui la nostra più autentica appartenenza.

Di fronte a motivazioni e sguardi tanto diversi sulla realtà, come non pensare alle ambivalenze o al vuoto di senso di tante condivisioni, di tanti «mi piace» che popolano la superficie del mondo e alimentano le nostre relazioni. E come non pensare al bisogno di ritornare alle radici etiche della nostra umanità per illuminare il nostro pensiero e le nostre scelte.