Se un cognome cambia la storia

/ 14.11.2016
di Paolo Di Stefano

Se la possibilità di prendere il cognome della madre, come ha stabilito la Corte Costituzionale italiana (giusta decisione, 6-), per un eccesso di correttezza politica venisse estesa retrospettivamente, cambierebbe la storia dell’umanità, la memoria collettiva (e individuale) verrebbe messa a dura prova, i libri di storia, d’arte, di letteratura, di scienza andrebbero riscritti. Perché lo scienziato della relatività non sarebbe più Einstein ma Albert Koch e l’autore della Divina Commedia sarebbe Dante degli Abati. E sapete come si chiamerebbe il poeta che cantò Laura? Francesco Canigiani: il petrarchismo diventerebbe il «canigianismo» cinquecentesco. Il poeta di Recanati si chiamerebbe Giacomo Antici e il Nobel del 1975 non sarebbe Montale ma Eugenio Ricci, tenendo conto del fatto che il Premio Nobel si chiamerebbe Premio Ahlsell, perché la madre del famoso scienziato svedese si chiamava, appunto, Karolina Andriette Ahlsell.

Un altro scienziato? Galileo Ammannati e non Galileo Galilei avrebbe pronunciato la famosa frase: «Eppur si muove». Pablo Picasso è un caso a sé: resterebbe Pablo Picasso perché suo padre si chiamava José Ruiz y Blasco e Pablo decise già per proprio conto, senza aspettare una legge ad hoc, di acquisire il cognome di mamma Maria. Ma Sigmund Freud? Diventerebbe il dottor Nathanson e la sua teoria sarebbe la psicanalisi nathansoniana. Idem il lapsus. Karl Marx sarebbe Karl Presburg, dunque la sua teoria economica sarebbe il presburgismo e il marxismo-leninismo diventerebbe il presburgismo-blankismo, essendo Maria Aleksandrovna Blank la madre di Lenin.

Il primo presidente americano si chiamerebbe Abraham Hanks, il Führer sarebbe Adolf Pölzl e il duce Benito Maltoni. Dunque, i manuali di storia racconterebbero che l’Italia maltoniana si alleò con la Germania pölzliana, anche se non è affatto detto che con quei cognomi le cose sarebbero andate così come sono andate. Ed è difficile dire se il primo ministro britannico Winston Jerome avrebbe agito esattamente come agì Winston Churchill oppure se con quel cognome si sarebbe comportato diversamente. È affascinante immaginare quanto i destini delle persone dipendano dai loro nomi e se la storia dell’umanità sia influenzata dall’onomastica. 

Ma guardiamo al presente. Il primo ministro italiano Matteo Bovoli si è complimentato con il nuovo presidente americano Donald McLeod, la cui madre, Mary Ann McLeod (in Trump), era un’immigrata scozzese che sbarcò a Ellis Island nel maggio 1930 e portava una chioma arancione spaventosamente identica a quella di suo figlio. La democratica Hillary Howell – il cui predecessore è, come noto, Barack Dunham – ha pianto lacrime amare: ma resta paradossale che la prima candidata donna, puntando la propria campagna anche sull’orgoglio femminile, non abbia rinunciato al cognome del marito: forse avrebbe vinto se si fosse presentata almeno come Hillary Rodham (cioè con il cognome da nubile, cioè del padre).

Del resto, se valesse la legge del cognome materno, lo stesso Bill Clinton potrebbe anche chiamarsi Bill Cassidy, come il leggendario bandito ottocentesco del West, Butch Cassidy: e non va escluso che con quel cognome avrebbe avuto maggiore difficoltà a imporsi come presidente. Insomma, forse con la linea onomastica materna la storia avrebbe preso un altro corso, visto che i nomi non sono mai etichette neutre. Pensate che Berlusconi si chiamerebbe Bossi, come sua madre Rosa, e che Umberto Bossi si chiamerebbe Mauri. 

Quanto ai cognomi entrati nel vocabolario, bisognerebbe leggere Dimmi come ti chiami e ti dirò perché, un divertente (e ben documentato) saggio di Enzo Caffarelli (5+) uscito nel 2014 da Laterza. Da cui si apprende, per esempio, che l’abate Camel diede nome alla camelia e il botanico Magnol diede nome alla magnolia. E dove viene anche narrata la storia di Karl Friedrich Louis Dobermann, un esattore tedesco delle tasse ed esecutore di sequestri giudiziari vissuto nella seconda metà dell’Ottocento: il quale, essendo anche un accalappiacani e cinofilo, si presentava alle porte dei debitori con al guinzaglio una specie di pinscher, in realtà un incrocio di varie razze, che battezzò con il nome del cancelliere Bismark. Quando i cuccioli di Bismark cominciarono a essere molto richiesti, Dobermann pensò che nominare dei cani come il capo del governo non era opportuno, dunque finì per prestare il proprio cognome a una razza che ancora oggi conosciamo come «dobermann».

Cioè quella che probabilmente Donald McLeod sguinzaglierebbe volentieri ai confini degli Stati Uniti per preservare il suo Paese dall’invasione straniera. Senza pensare che se i suoi antenati paterni avessero ragionato allo stesso modo, lui non sarebbe né presidente né Trump né McLeod né niente, perché sua madre sarebbe stata respinta senza pietà. E senza pensare, soprattutto, che non avendo pagato le tasse per diciotto anni, il futuro presidente McLeod-Trump avrebbe anche potuto trovarsi sotto casa, tra il 1995 e il 2013, un Herr Dobermann redivivo con dobermann al guinzaglio.