L’esito definitivo delle elezioni di Midterm americane non lo conosciamo ancora. Durante il finesettimana si è comunque saputo che i democratici sono riusciti a mantenere il controllo del Senato, anche senza dover attendere il ballottaggio in Georgia in dicembre, mentre la Camera dei rappresentanti andrà probabilmente ai repubblicani, ma con una maggioranza risicata. Ad ogni modo, l’ondata repubblicana prevista da tutti i sondaggi non c’è stata, i democratici si sono difesi bene, sfatando la tradizione secondo cui il partito del presidente, soprattutto se il suo indice di gradimento è basso come quello attuale di Joe Biden, viene punito con grosse perdite al Congresso. Sintetizzando, possiamo dire che Donald Trump ha perso la sua scommessa: di far eleggere i suoi candidati non solo al Congresso, ma anche come governatori degli Stati e nelle commissioni elettorali, per incrementare il controllo sul partito repubblicano e preparare un suo ritorno in campo per le elezioni presidenziali del 2024.
Nelle primarie repubblicane Trump è riuscito a far vincere molti suoi sostenitori, che come lui stesso negano la legittimità dell’elezione di Biden a presidente. Ma nei cosiddetti swing States non sono riusciti a convincere gli elettori moderati. Questo ha contribuito a frenare la crescita dei repubblicani e sta suscitando ripensamenti all’interno del partito: diventa evidente che l’influenza di Trump rappresenta un ostacolo alla riconquista del Congresso come pure della Casa Bianca, entrambi persi durante l’era Trump.
Il grande perdente di queste elezioni è quindi proprio lui. E questo potrebbe preludere ad una sua uscita di scena, sul medio termine. Trump non aspettava altro che di annunciare la sua discesa in campo nella corsa presidenziale, trattenuto a stento dal partito dall’annunciare la candidatura prima delle elezioni di Midterm per timore che diventassero ancor più un referendum su di lui, e contava di farlo nei prossimi giorni. Se lo farà nonostante sappia che la sua parabola è discendente, sarà per contrastare altri candidati repubblicani alla presidenza, in particolare uno, Ron DeSantis, eletto governatore della Florida con un vantaggio di 20 punti percentuali sul candidato democratico, stella nascente del partito repubblicano ed ex pupillo di Trump (vedi Rampini a pagina 27). DeSantis viene considerato un Trump con buone maniere, affabile ma altrettanto estremo nelle sue visioni e scelte politiche, ciò che ovviamente impensierisce l’ex presidente, il quale ha già minacciato di attaccarlo qualora annunciasse la sua candidatura a presidente: Ron DeSantis potrebbe infatti riuscire a trovare il consenso sia dei repubblicani trumpiani sia dei più moderati.
Al di là delle lotte, intestine e fra i due partiti, per il controllo politico del paese, queste elezioni hanno fornito un altro risultato: un desolante quadro dei rapporti fra le due Americhe, quella repubblicana e quella democratica. Sono due Americhe che non solo non si parlano e non si ascoltano, ma si odiano, con i repubblicani un passo più in là con la dichiarata volontà di non volere accettare le sconfitte elettorali (se perdono è perché il voto era truccato), di volere influenzare le commissioni elettorali ed eleggere governatori disposti a non certificare l’elezione di un prossimo presidente democratico. Donald Trump lascia dunque un’America invelenita. Ci sono sempre cause profonde, collettive, all’origine della salita al potere di personalità autocratiche. Trump è un figlio naturale dell’America divisa e squilibrata dagli effetti della globalizzazione (la dislocazione all’estero di molte industrie), non è stato imposto da nessuno. Dopodiché, ha reso più drammatica la situazione, dapprima durante la sua presidenza, poi aizzando i suoi simpatizzanti ad assaltare il Congresso il 6 gennaio 2021, infine rendendo dominante nel suo partito la menzogna delle elezioni rubate, con tutto il corollario di fake news. Anche se Trump dovesse mancare la rielezione a presidente ed uscire di scena, il paese non guarirebbe d’incanto, perché candidati, da una parte e dall’altra, che sappiano unire un’America con un tale fossato culturale, politico, anche democratico, non se ne vedono all’orizzonte. Forse non si arriverà a una guerra civile, come paventano alcuni, ma un grande esempio di coesistenza democratica gli Stati Uniti oggi non lo sono davvero, ciò che ha un impatto sul mondo intero.