I lettori più attenti ai risvolti economici della nostra attualità si ricorderanno forse che nella scorsa primavera una coppia di ricercatori della SUPSI aveva sorpreso la nostra opinione pubblica affermando che, ancora prima della fine di questo decennio, all’economia del nostro Cantone potrebbero mancare 33mila unità lavorative. Questo significherebbe, per chi scrive, se non si introducono misure correttive, che a quella data o il contingente di frontalieri supererà le 100mila unità (e per consentirgli di arrivare in tempo sul posto di lavoro occorrerà generalizzare la possibilità del lavoro notturno), oppure un 10% circa delle aziende dovrebbe cercare di ricollocarsi fuori Cantone (preferibilmente nelle province italiane a ridosso della frontiera). Se prendiamo per buone queste previsioni – e fin qui non avevamo ragioni per pensare il contrario – questo scenario dovrebbe realizzarsi nel medio termine, entro 5 anni. Ciò significa che i consiglieri di Stato eletti il prossimo aprile potrebbero essere chiamati a confrontarsi da subito con questa sfida.
Ora questa previsione è fondata sull’evoluzione dell’offerta di lavoro (precisiamo che l’offerta di lavoro è il fabbisogno di lavoratori delle aziende attive nel Cantone) degli ultimi anni, vale a dire del periodo della libera circolazione della manodopera. È tuttavia difficile credere che l’evoluzione dell’offerta di lavoro dei prossimi anni proietterà nel futuro le tendenze di aumento del prossimo passato nella misura anticipata dai ricercatori della SUPSI. Come commentatori della nostra economia siamo comunque riconoscenti a chi si azzarda a formulare previsioni e questo perché ogni previsione ha una probabilità di realizzarsi e dà quindi, a chi deve intervenire, come a chi deve commentare l’evoluzione in corso, indicazioni preziose su quanto potrebbe succedere. Crediamo poi che ogni nuova previsione possa aggiungere qualcosa di più giudizioso allo scenario del futuro anche rispetto all’evoluzione dell’offerta di lavoro.
Lo provano, per esempio, previsioni (effettuate più di recente) sulla consistenza del futuro eccesso di offerta di posti di lavoro. Per esempio quella sul futuro del fabbisogno di lavoratori in Svizzera, presentata qualche settimana fa, dai ricercatori dell’UBS. Stando agli stessi, nel 2030 mancheranno in Svizzera 270mila lavoratori. Ora tenendo conto che la percentuale attuale del Ticino nel totale dell’occupazione nazionale è pari al 4,5%, possiamo stimare che, sempre nel 2030, in Ticino potrebbero mancare circa 12’150 lavoratori. Per arrivare ai 33mila della previsione dei ricercatori della SUPSI bisognerebbe che la quota del Ticino nel fabbisogno futuro di manodopera dell’economia nazionale si triplicasse. Possiamo però rifare la stima appoggiandoci questa volta su un’altra previsione della futura carenza di lavoratori in Svizzera: quella di Avenir Suisse. Questo gruppo di ricercatori, vicino al padronato, ha stimato recentemente che nel 2050 all’economia svizzera mancheranno 1,3 milioni di lavoratori.
Possiamo, da questa previsione, dedurre che, tra cinque anni, all’economia ticinese potrebbero mancare circa 9mila lavoratori. Siccome il fabbisogno di nuove leve per il mercato del lavoro ticinese da anni viene assicurato soprattutto dall’aumento del contingente di lavoratori frontalieri possiamo concludere, rifacendoci alle tre previsioni citate, che il contingente di frontalieri potrebbe crescere in una misura che potrebbe variare tra le 9mila e le 30mila unità. I lettori di «Azione» che vivranno ancora nel 2027 potranno sincerarsi di quanto fondate siano queste previsioni. Ma dovranno anche sopportare, se nel frattempo non intervengono nuove misure di controllo del loro flusso, l’aumento dei costi sociali determinati dal crescere del numero dei frontalieri. Quali potrebbero essere queste misure? Dapprima si potrebbe cercare di aumentare il tasso di attività della popolazione residente, in particolare della componente femminile della stessa.
Il ventaglio delle misure che possono aiutare a conseguire questo obiettivo è molto largo. Si potrebbe poi anche tentare di introdurre misure che attraggano giovani famiglie da fuori Cantone (se lo si propone a una regione sviluppata come Basilea perché non si dovrebbe poterlo fare in Ticino?). L’imperativo è però uno solo: non perdiamo più tempo!