San Gottardo: fortuna e condanna

/ 05.06.2023
di Orazio Martinetti

La pulsione cinetica di cui è preda la nostra civiltà sembra inarrestabile. La fine dell’inverno e il sollievo post-pandemico hanno di nuovo intasato le principali arterie del Paese, con un affollamento allarmante (e snervante) sull’asse Nord-Sud. Le code e gli ingorghi non sono una novità, sono noti fin dal dopoguerra, anni caratterizzati da una crescita impetuosa della motorizzazione (allora l’autostrada esisteva solo nella mente degli ingegneri, il traffico si svolgeva su carreggiate strette e tortuose). Il fatto è che ora gli imbottigliamenti sono quotidiani, non sono più limitati, come una volta, ai giorni festivi e agli attesi «ponti». Il secondo cunicolo che attualmente si sta scavando sotto il massiccio del San Gottardo risolverà il problema? Il dubbio è legittimo, di fronte all’incremento costante dei transiti. Se la galleria principale non rappresenterà più un ostacolo – Convenzione delle Alpi permettendo – a rallentare i passaggi ci penseranno i cantieri che ogni anno spuntano come funghi sui due lati delle rampe d’accesso nonché l’imbuto di Mendrisio-Chiasso.

Il Ticino ha sempre rivendicato con forza i collegamenti con l’area transalpina, prima ferroviari e poi stradali. Per necessità economiche e commerciali, ma anche politiche e patriottiche. L’unificazione dell’Italia, nel 1861, finiva infatti per raddoppiare le barriere: a quella fisica a nord il Regno aggiungeva quella politica e doganale a sud. Di qui una lunga battaglia per sfuggire al rischio del doppio isolamento, destino che le autorità federali, spalleggiate dalle FFS, tendevano a considerare ineluttabile attraverso una politica dilatoria in materia di trasporti. Per smuovere le acque furono necessarie una campagna di convincimento incessante, petizioni, risoluzioni e persino manifestazioni pubbliche a Berna. Purtroppo l’impresa tanto agognata nel 1980 nacque monca, e tale è rimasta fino ad oggi, un monumento all’incompiutezza.

Le gallerie hanno tuttavia generato anche preoccupazioni di natura cultural-linguistica, soprattutto quella stradale. Si temeva che quelle falle aperte nella diga alpina alterassero gli equilibri della «compagine etnica» ticinese, privandola del suo tradizionale volto italico, linguistico e religioso. Le Alpi – come scrisse Piero Bianconi riprendendo un passo famoso del Petrarca – cessavano di rappresentare un provvidenziale schermo contro «la tedesca rabbia» per fungere da cavallo di Troia della germanizzazione. Parole analoghe aveva espresso il glottologo Carlo Salvioni agli inizi del Novecento, a proposito della ferrovia.

Negli ultimi decenni, questi timori sono largamente svaniti (almeno a noi così sembra). Anche la società ticinese è cambiata, facendosi vieppiù plurietnica e multiculturale. Le famiglie di antico lignaggio – i «patrizi» – si sono ridotte di numero, ma questa contrazione non risveglia più la paura di una possibile «estinzione etnica», sebbene questa espressione sia ricomparsa nel vocabolario di nazionalisti e sovranisti. Resta il nodo di una transumanza continentale che sembra inarginabile lungo un’autostrada ridotta a semplice corridoio di transito. Una situazione che irrita soprattutto gli urani, i quali ricavano ben poco dagli autoveicoli diretti verso l’area mediterranea. Di conseguenza è riemerso lo spettro del pedaggio, balzello che il Ticino da sempre contesta per evidenti motivi. Ma se anche un provvedimento simile venisse introdotto (solo al Gottardo?), rimane il dubbio sulla sua efficacia circa l’obiettivo che si intende raggiungere, ossia la riduzione del volume dei passaggi. Ci sarebbe poi da valutare la reazione della Commissione europea se il pedaggio dovesse riguardare unicamente i cittadini dell’Unione.

Insomma, non sarà facile venirne a capo dopo aver lungamente combattuto per togliere il Cantone dal suo plurisecolare stato di marginalità, una condizione che impediva alla collettività ticinese di partecipare a pieno titolo alla vita confederale. Da massiccio della provvidenza (via delle genti, strada d’Europa, spartiacque di civiltà, cordone ombelicale federale), il San Gottardo è diventato un budello congestionato, ritmato da imprecazioni, cantieri e incidenti. Fortuna e condanna: questa l’immagine bifronte di un passo che fin dal Medioevo ha determinato il destino del nostro Cantone.