La resistenza ucraina contro l’aggressione di Vladimir Putin è un esempio per tutti. Non sapevamo niente di questo popolo quando il presidente russo ha lanciato il suo attacco, nel febbraio scorso, non sapevamo che sapesse combattere, difendersi, ricacciare indietro l’invasore; non sapevamo che avesse eletto un presidente come Volodymyr Zelensky, che alla prima offerta di mettersi in salvo ha detto: ho bisogno di munizioni, non di un passaggio, e non ha più smesso di chiedere aiuto e di rimanere fermo dov’era, a incoraggiare gli ucraini tutti i giorni, per dieci e più mesi; non sapevamo che il carattere ucraino fosse fatto di forza, determinazione, coraggio, ironia, perseveranza, solidarietà.
Avevamo lasciato l’Ucraina alla prima invasione russa, all’annessione illegale della Crimea, alla propaganda del Cremlino sul popolo ucraino che si sentiva molto russo, all’impunità di quella prima aggressione: abbiamo scoperto giorno dopo giorno che era cambiato tutto – nemmeno lo stesso Putin se n’era accorto, o forse i suoi collaboratori non gliel’avevano detto, ma in ogni caso la scommessa della capitolazione rapida dell’Ucraina è stata perduta subito, nel fango di marzo, nella riscossa dell’estate, nella liberazione dell’autunno fino a quella più recente, quando la bandiera ucraina è tornata a sventolare nella città di Kherson, assieme a quella europea. Putin ha cambiato strategia, quel che non riesce a conquistare via terra lo distrugge dal cielo, bombardando indefesso tutto il Paese, tutti i momenti, portando morte, freddo, buio, devastazione. E Zelensky trova nuove parole per rassicurare gli ucraini, è andato sul fronte della guerra, a Bakhmut, nel Donbass, e ha parlato di vittoria e di luce; è andato a Washington, in visita alla Casa Bianca e al Congresso, e ha parlato di vittoria e di luce, senza lamentarsi, ringraziando il suo popolo e i suoi alleati, ricordando che questa guerra si vince tutti assieme o si perde tutti assieme, non è data una via alternativa. Ci vuole il sostegno degli alleati, sempre, deve essere deciso e, ha detto Zelensky nel suo discorso splendido a Washington in cui ha parlato delle mille luci negli occhi degli ucraini, «non è beneficenza»: è salvezza, per tutti. Il presidente ucraino ribadisce questa sua fiducia nella sconfitta dei russi e nella luce che hanno dentro gli ucraini, anche se il costo umano è tutto su di lui e sull’Ucraina: il prezzo del gas in Occidente è tornato ai livelli pre guerra di Putin, un livello alto ma non la catastrofe energetica di cui si è discusso a lungo prendendo in considerazione anche la possibilità di una resa degli ucraini: nonostante le tante dimostrazioni offerte rischiando e perdendo la vita, c’è ancora chi pensa che gli ucraini non ce la possano fare, che il prezzo della loro forza sia troppo alto per noi che pure non muoriamo sotto le bombe e che le luci di Natale le abbiamo accese eccome.
Il coraggio ucraino è un esempio per tutti. Se prima della resistenza ucraina i regimi totalitari pensavano che l’Occidente fosse in crisi e disunito, che non avesse più la forza fisica e morale per difendersi (l’idea è stata molto alimentata anche dalla nostra parte di mondo, dagli intellettuali declinisti: si sbagliavano), ora hanno scoperto che non è così: questo non li fermerà nelle loro mire espansionistiche, ma certo li costringe a rivedere calcoli e tempi, oltre che la convenienza a lungo termine di mettersi di traverso rispetto all’ordine liberale del mondo. Ma l’esempio ucraino riguarda soprattutto le persone, gli altri popoli che vivono sotto l’oppressione di governi illiberali: gli iraniani, in particolare, vedono che resistere è possibile. Il regime della Repubblica islamica è forte e ben impiantato, ha strumenti di repressione brutali e spesso poco visibili, come dimostrano le quasi ventimila persone incarcerate (il carcere in questo Iran vuol dire: torture, stupri, istigazione al suicidio), ma per la prima volta da quaranta e più anni teme per la propria sopravvivenza. S’è invertito il corso della paura: da più di cento giorni gli iraniani protestano sfidando i cecchini e le torture, hanno più paura che le cose ritornino come erano prima che di morire, mentre il regime s’arrocca, mostra qualche crepa, studia come conservarsi. Gli ucraini hanno mostrato al mondo che resistere alla violenza di un regime si può, gli iraniani li hanno guardati e ora ci credono anche loro, fortissimo.