Quella passeggiata di Biden e Zelensky

/ 27.02.2023
di Paola Peduzzi

Siamo uniti, siamo determinati, l’Ucraina è ancora libera e indipendente, e non ci stancheremo mai di difenderla. Joe Biden è arrivato in Europa con un messaggio potente, ha attraversato il confine polacco-ucraino e ha svegliato Kiev con la sua passeggiata assieme a Volodymyr Zelensky, ha portato i fiori al memoriale dei caduti della protesta pro europea dell’Euromaidan, nel 2014, ha promesso altri aiuti all’Ucraina e poi è tornato in Polonia, la sua Polonia: al presidente polacco Andrzej Duda, ha confidato che lui, da piccolo, sognava di essere polacco.

È passato un anno dall’aggressione russa e il presidente americano è tornato dagli alleati europei per raccontare quanto di «straordinario» è accaduto nel frattempo. Straordinaria è la violenza russa, indefessa e sadica, «crimini contro l’umanità», ha detto Biden; straordinaria la resistenza ucraina, che ha respinto il Golia russo e ha costruito, giorno dopo giorno, la propria sopravvivenza; straordinario è Volodymyr Zelensky, «il migliore», come lo hanno definito gli ucraini festeggiando il suo quarantacinquesimo compleanno a fine gennaio; e straordinaria è l’alleanza occidentale, che ha compreso la minaccia esistenziale posta dalla Russia, ha superato divisioni, riluttanze, protagonismi e tabù per difendere l’Ucraina. Anzi, per difendere anche sé stessa, equazione che non era scontata considerando che per noi l’Ucraina era un Paese mezzo filorusso, corrotto e guidato da un comico. Invece il calcolo giusto è stato fatto: era Vladimir Putin ad avere «torto marcio», ad aver pensato che l’Occidente non si sarebbe mai speso tutto unito per salvare Kiev, non l’aveva fatto nel 2014, perché avrebbe dovuto farlo ora? E invece.

Joe Biden, davanti al Palazzo reale di Varsavia, ha tenuto il discorso del primo anniversario della guerra, in un’atmosfera eccezionale di partecipazione e calore. I colori ucraini si mescolavano a quelli polacchi, a quelli americani, a quelli europei, il presidente Duda ha detto che «non c’è libertà senza solidarietà» e poco dopo, sullo stesso palco Biden ha ripreso la stessa frase, celebrando la forza ucraina, dell’alleanza occidentale, dell’unità, della democrazia. Putin ci ha messo di fronte a delle domande, ha detto Biden, e oggi abbiamo le risposte: non ci siamo voltati dall’altra parte, non ci siamo disuniti, non abbiamo abbandonato il popolo ucraino, e non ci siamo stancati – e non abbiate alcun dubbio, non lo faremo mai. Poche ore prima, di fronte a un pubblico seduto, ubbidiente e sbadigliante, il presidente russo aveva tenuto il suo discorso sullo stato della nazione: la propaganda di Mosca aveva detto che sarebbe stato un discorso incendiario, che la visita a Kiev di Biden aveva reso il presidente ancora più determinato ad annichilire l’Ucraina e l’Occidente. Putin ha parlato per un’ora e quarantacinque minuti, ha rovesciato il mondo – noi siamo intervenuti in Ucraina per liberarla dall’Occidente che le aveva dichiarato guerra, ha detto – ma poi non lo ha rimesso in piedi, perché ai suoi sostenitori non ha un gran bottino da portare: l’Ucraina è ancora libera e indipendente. E ancora una volta si è dimostrato che non è stata la forza dell’Occidente, il cosiddetto accerchiamento, a spingere Putin all’invasione, bensì il suo contrario: la (presunta) debolezza dell’Occidente.

Gli equilibri in questa nostra parte di mondo cambiano, il baricentro della difesa, della sicurezza e anche dei valori si è spostato verso Est e verso Nord, ma i soldi e i mezzi necessari per garantire questo ombrello sono sempre nell’Ovest dell’Unione europea e oltre l’Atlantico. Questo riassestamento avrà molte conseguenze e alcuni prevedono che, almeno in Europa, i motori del continente, Francia e Germania, non cederanno facilmente potere e leadership all’Est. Ma sono analisi premature, forse pure un po’ inopportune: ora occorre muoversi in sincrono, ognuno per quel che può fare, che sia fissare il carattere di questa guerra o spedire munizioni o entrambe le cose, come fa l’America, che di questa alleanza detiene la leadership valoriale e fattuale. Ma il punto non è la competizione, non oggi di certo: è la collaborazione, la libertà riconquistata attraverso la solidarietà. E il morale alto, in mezzo alla tragedia, tenuto su da un americano ottantenne che cammina in una mattina azzurra di Kiev con di fianco un ucraino che ha la metà dei suoi anni e che dice a Putin: se tocchi lui è come se toccassi me.