Quel che resta di uno scudetto

/ 15.05.2023
di Simona Sala

È vero, c’è chi lo scorso 4 maggio ha frenato gli entusiasmi, forse nel tentativo di sopire gli animi di coloro (ed erano in molti) che gridavano non al miracolo, ma addirittura al riscatto di Napoli e del Sud tutto. Qualcuno ha affermato che lo scudetto in fondo è solamente il premio di un gioco, sebbene si tratti del calcio, e sarebbe dunque un’esagerazione o una botta di ottimismo eccessiva vedere nei fuochi d’artificio che hanno rischiarato la città per una notte il segno di una rinascita sociale.

È fuor di dubbio che la città partenopea si sia lasciata andare a un rito di follia festaiola collettiva in cui, un po’ come avviene per il culto mariano, l’azzurro della squadra, fra bandiere, murales e ghirlande, è arrivato addirittura a fare a gara con cielo e mare. E la straordinarietà delle celebrazioni (per quanto non scevre da incidenti, anche letali), non è sfuggita a nessuno, come ha dimostrato lo stupore divertito di «The Guardian», «CNN» e «Le Monde», tanto per citarne un paio.

Eppure, quanto sorto a Napoli negli ultimi anni, ci spinge a pensare che forse lo scudetto non sia un episodio isolato, dettato dalla bravura di Osimhen (il nigeriano che si è già guadagnato una temporanea immortalità con un murales a Castel Volturno) e da quel pizzico di buona sorte necessario a ogni impresa che sfiori il prodigio, quanto più di un trend positivo, che ha investito la città del «Vedi Napoli e poi muori» (o «Mori», come vorrebbe il doppio senso).

I segnali degli ultimi anni (dopo i decenni più bui, con una scia di sangue che ha varcato i confini, macchiando la città e i suoi abitanti) sono stati numerosi e puntuali, e sono giunti soprattutto dalle arti, dove l’aria di cambiamento molto spesso non solo si respira prima, ma addirittura si crea. La città che si affaccia su uno dei più bei golfi del mondo e poggia su una stratificazione storica e sociale che ne fa l’indiscussa ricchezza, nonostante il caos generoso e caciarone e l’improvvisazione come stile di vita, sta vivendo un nuovo Rinascimento.

Dopo le incursioni nei budelli e nei segreti di Napoli raccontati dalla Ortese o da Malaparte, dopo la commistione tra black music e napoletanità sorta dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, ma anche dopo l’inarrivabilità dell’estro di Totò o dei De Filippo, ecco affacciarsi una nuova generazione di artisti che al Nord non ha nulla da invidiare. Elena Ferrante è riuscita a portare la città alla ribalta del mondo con la sua tetralogia, mentre Jorit parla alle coscienze attraverso murales incredibili. Sorrentino ha incantato le platee con un omaggio struggente, laddove Gomorra raccontava magistralmente certe derive, mentre i più giovani non si perdono una puntata di Mare fuori. E intanto, accanto a Pino Daniele sono spuntati Costantino e Paolillo, senza spodestare il neomelodico, che è un po’ l’anima di un popolo superstizioso quanto caloroso, sentimentale e furbo, che finalmente ha quel Posto al sole che, a giusta ragione, aspettava.