Quei vecchi leoni che non mollano la poltrona

/ 11.04.2023
di Carlo Silini

Mentre leggete queste righe non sappiamo come si sia evoluto lo stato di salute di Silvio Berlusconi, ricoverato giorni fa per una forma di leucemia che gli ha causato la polmonite, costringendolo ad affrontare a 86 anni la sua battaglia più difficile. Venerdì mattina, quando le pagine di Azione andavano in stampa, stava un po’ meglio e nessuno osava dire che potesse anche non farcela.

Per scaramanzia. O per l’ingenua convinzione che il Cavaliere sia una creatura magica e invincibile, considerando le battaglie mediche stravinte nel passato: dal tumore alla prostata nel 1997, alla statuetta del duomo di Milano scagliatagli in faccia nel 2009 che gli è costata parecchi interventi, alla rognosa forma di Covid poco più di due anni fa. Sulla sua presunta invincibilità fermiamoci qua, anche se molti l’estendono, non senza ragioni e/o ironie alla politica, alle inchieste giudiziarie e alle vicende sentimental-sessuali, visto l’abisso anagrafico rispetto alle compagne (Francesca Pascale, nata nel 1985, e Marta Fascina, classe 1990) dopo il divorzio da Veronica Lario (lui è del ’36).

Berlusconi è un caso speciale e allo stesso tempo emblematico: trent’anni fa ha creato un partito politico, Forza Italia, e da allora non ha saputo o voluto preparare una generazione in grado di sfornare un vero successore. Per non parlare dell’impero economico. È il problema degli uomini-partito e degli uomini-azienda incapaci di mollare la presa quando sono ancora in forze. È giusto, per chi li segue, dipendere in tutto e per tutto da leader che, statisticamente, hanno dimezzato le energie rispetto ai tempi buoni?

Al di là del caso Berlusconi, davvero non riusciamo a creare classi dirigenti più fresche? Passi per le monarchie: un re o una regina – lo abbiamo visto di recente – non lo eleggi e non lo deponi per alzata di mano e quindi rischia di stare al trono vita natural durante. Ma già nelle chiese il discorso vacilla. Nel mondo cattolico i vescovi sono tenuti a dimettersi a 75 anni, e Ratzinger ha aperto la strada del buen retiro anche ai successori (papa Francesco giura che quando riterrà di non farcela più ne seguirà l’esempio). Per il resto, a voi non preoccupa che la più potente democrazia al mondo sia in mano a un signore di 81 anni, Joe Biden, e il suo possibile sfidante repubblicano, Donald Trump, l’anno prossimo ne compia 78?

Giusto che l’età media dei politici sia matura (al Consiglio nazionale 51 anni e agli stati 57): ci vuole quel mix di forza e di esperienza nel quale le persone possono dare il meglio per la collettività. Ed è vantaggioso per tutti che diversi neopensionati si giochino qualche anno di energia mentale e fisica per la cosa pubblica. Ma un sistema di potere gerontocratico è socialmente malsano: uccide le legittime ambizioni di carriera dei giovani e costringe moltitudini di cittadini a dipendere da individui che rischiano di sparire per una polmonite improvvisa.

«Nel partito decido ancora io» spiegava Berlusconi al «Corriere della Sera» ancora poche settimane fa. C’è chi si è commosso elogiando la grinta del «vecchio leone» e chi si è indignato per l’assoluta incapacità del Cavaliere (e di altri politici super longevi) di farsi da parte. Il discorso, qui, non ha niente a che vedere con le simpatie politiche. Riguarda il buon senso. Lunga vita agli anziani che lottano strenuamente contro le malattie e l’usura degli anni, ma che bello se riuscissero anche a lasciare la presa a favore dei loro eredi politici e morali (e magari – che non guasta – a godersi la pace degli anni).