Quando i sogni fanno naufragio

/ 03.07.2023
di Claudio Visentin

Sappiamo come finirà. In poco tempo ci dimenticheremo di quel piccolo sommergibile bianco imploso negli abissi intorno alla tomba del leggendario Titanic. Del resto l’intensità delle impressioni, così come il loro rapido oblio, sono due aspetti complementari di questo nostro tempo. Quantomeno, svanita l’emozione, forse distingueremo meglio i contorni della vicenda.

Per cominciare non è successo nulla di così strano. Anche nelle imprese meglio organizzate – e questa forse non lo era – l’imprevisto è sempre in agguato. Pensate per esempio all’ultimo Concorde F-BTSC/203. Il 25 luglio 2000 esplose nel cielo di Parigi dopo una concatenazione di eventi improbabili, avviata da una striscia di titanio larga tre centimetri appena, perduta sulla pista da un altro volo pochi minuti prima. Un caso isolato? No, davvero. L’esplosione dello Space Shuttle Challenger, la mattina del 28 gennaio 1986, fu dovuta al cedimento di una banale guarnizione di un razzo.

Se passiamo dal cielo al mare, soltanto poche settimane dopo, il 12 agosto 2000, il K-141 Kursk, un sottomarino russo a propulsione nucleare della Flotta del Nord, affondò nel Mare di Barents durante un’esercitazione navale, a causa dell’esplosione di un siluro difettoso. La maggior parte dei 118 marinai morì immediatamente, solo 23 si rifugiarono in un locale di poppa. I tentativi di salvarli furono però inutili, nonostante il relitto fosse adagiato ad appena 108 metri di profondità e a soli 135 km dalla base navale più vicina. Ci volle un anno per recuperare il relitto.

Questi numeri da soli quasi irridono l’ottimismo di chi ha sperato di soccorrere in tempo un sottomarino tascabile a 3810 metri di profondità e a 780 km da Terranova.

La vicenda del Titan di OceanGate segnerà una temporanea battuta d’arresto di queste imprese, ma credo che poi tutto riprenderà come prima, dopo l’introduzione di nuove regole di sicurezza. Del resto il turismo degli abissi, insieme al turismo spaziale, è la nuova frontiera dei viaggi e ha colonizzato il nostro immaginario. È curioso tuttavia come entrambi nascano dall’idea di un mondo finito, dove tutto sarebbe già visto (ad eccezione appunto di questi spazi estremi). Naturalmente non è così.

Anche in questa estate dove si combinano il nuovo turismo di massa (Overtourism) e il ritorno su larga scala ai viaggi dopo la pandemia (Revenge Tourism), milioni di turisti affollano poche centinaia di destinazioni, sempre le stesse. Il resto del mondo è aperto, oggi come un tempo, alla scoperta e all’esplorazione, ma nella maggior parte dei casi mancano curiosità, spirito di adattamento, capacità di andare oltre la realtà filtrata dei luoghi più popolari su Instagram.

Per restare al campo dei sottomarini, da qualche anno sommergibili leggeri a due posti (oltre al pilota), con cupole trasparenti, esplorano luoghi di struggente bellezza come la Grande barriera corallina australiana, estesa per 2300 km (un’area grande quanto il Giappone) al largo della costa nord-orientale dell’Australia.

Questi sommergibili possono spingersi sino a 150 metri di profondità, in forme sostenibili e sicure; la nuova generazione di macchine già in cantiere arriverà invece fino a 300 metri, addentrandosi nella zona crepuscolare dell’oceano, dove la luce del giorno fatica a farsi strada. Ma già a 15 metri di profondità soltanto si è circondati da coralli ondeggianti nella corrente marina, migliaia di pesci dai colori vivaci, tartarughe.

E in un pianeta coperto dall’acqua per il 70 per cento, le occasioni non mancano, dalle Hawaii alle Mauritius. I costi sono già decisamente abbordabili, anche solo 1500 dollari a coppia per un’immersione di un’ora. In diverse parti del mondo, sotto la superficie dell’acqua aprono hotel (Ithaa alle Maldive), ristoranti (Under in Norvegia), musei d’arte (Cancun Underwater). Tutti questi progetti educano il pubblico alla tutela degli oceani, minacciati dal riscaldamento globale, dalla pesca eccessiva e dall’inquinamento.

Elencando questi luoghi ho pensato, con sollievo, che per fortuna le inquietudini esistenziali degli abissi estremi e dei tragici relitti non attirano chi coltiva semplicemente un’onesta curiosità e una sana meraviglia.