Per chi suona la campana

/ 24.10.2022
di Orazio Martinetti

Corrono tempi bui, «mala tempora», e per di più permeati di rassegnazione. Perché proprio questa ci sembra la cifra di questa nostra epoca: la rassegnazione, che sempre più si accompagna al disincanto e al fatalismo. Come se il corso della storia fosse già predefinito e quindi incontrastabile, dalle relazioni internazionali alla politica locale. Si preferisce non immischiarsi, astenersi, e quindi delegare ad altri, non necessariamente ai più virtuosi, il governo della cosa pubblica. Altro che «libertà è partecipazione», come cantava Giorgio Gaber. Ora prevale l’attesa alla finestra. Sul palcoscenico occidentale gli unici attori che ancora osano scendere in piazza sono i giovani di Fridays For Future, per il resto silenzio o quasi. Perfino il movimento pacifista appare smarrito e diviso su quali azioni intraprendere, pur avendo non lontano dall’uscio di casa una guerra che rischia di trascinare tutti nel baratro nucleare.

Ecco, il pacifismo. Tra qualche settimana la città di Basilea – già sede nel 1897 del primo raduno sionista – ricorderà il Congresso della pace tenutosi nel novembre del 1912, ossia centodieci anni fa. All’incontro, promosso dall’Internazionale socialista (o Seconda Internazionale), convennero oltre cinquecento rappresentanti dei maggiori partiti socialisti del Continente al grido «Krieg dem Kriege!», guerra alla guerra. Numerosi i dirigenti di spicco della socialdemocrazia europea, non ancora lacerata dalle scissioni che sarebbero poi intervenute durante e subito dopo la grande guerra del 1914-18: Jean Jaurès, James Keir Hardie, Viktor Adler, August Bebel, Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaj… Motivo della mobilitazione era la ripresa delle ostilità nell’area balcanica, dove gli eserciti di Bulgaria, Serbia, Grecia e Montenegro si erano coalizzati contro l’impero ottomano. In quel teatro bellico le grandi potenze europee non erano intervenute direttamente, ma è certo che se il fronte si fosse esteso nella fascia nordafricana lo scontro tra i vari imperialismi sarebbe stato inevitabile. Di qui l’allarme generale e l’invito a non cedere alla propaganda dei guerrafondai: «Il congresso constata che tutta l’Internazionale socialista è unita su queste idee essenziali della politica estera. Esso chiede ai lavoratori di tutti i Paesi di opporre all’imperialismo capitalistico la forza della solidarietà internazionale del proletariato; avverte le classi dirigenti di tutti i Paesi di non accrescere ancora con azioni di guerra la miseria inflitta alle masse dal modo di produzione capitalistico. Chiede, esige la pace».

Purtroppo le cose andarono diversamente. Mire coloniali e le ataviche rivalità tra le grandi potenze – l’Intesa da un lato (Francia, Gran Bretagna, Russia e dal 1915 l’Italia) e gli Imperi centrali dall’altro (Germania e Austria-Ungheria) – innescarono nell’estate del 1914 una reazione a catena mai vista prima e che coinvolse anche gli esponenti socialisti che due anni prima avevano sottoscritto la risoluzione di Basilea. Nel giro di pochi mesi il conclamato internazionalismo della classe operaia europea cedette di schianto; i principali partiti del Continente, tra cui l’ammirata e superorganizzata socialdemocrazia tedesca, abbandonarono l’Internazionale per schierarsi con i rispettivi Governi. Il Kaiser Guglielmo II ringraziò di cuore gli ex avversari per la ritrovata unità: «Nella lotta che ci attende non vedo più partiti nel mio popolo. Tra noi ci sono solo tedeschi». La fratellanza universale e la solidarietà svanirono, tranne che nei Paesi rimasti neutrali, in Svizzera e, fino al maggio dell’anno successivo, nel Regno d’Italia.

Nel 1934 lo scrittore francese Louis Aragon ne riprese idee e contesto nel romanzo Les cloches de Bâle (Le campane di Basilea), con un occhio già rivolto ai possibili, infausti sviluppi: «A Basilea, le campane sono sia quelle della vigilia del Quattordici, sia quelle del Trentanove che si sta approssimando». Funerei rintocchi che risuonarono anche nelle pagine che nel 1940 Ernest Hemingway avrebbe dedicato alla sua esperienza in Spagna nelle file dei repubblicani antifranchisti: «… e dunque, non chiedere mai per chi suona la campana. Essa suona per te». Ossia per tutti noi, increduli e turbati per tutta la violenza che vediamo correre in groppa ai cavalli dell’Apocalisse.