La rotta del Mediterraneo va chiusa. Non è possibile affidare la vita dei migranti agli scafisti, ai mercanti di esseri umani. Nello stesso tempo, chi rischia di annegare in mare va salvato. Sempre e comunque. Purtroppo nel Mediterraneo non accadono né una cosa, né l’altra. E le generazioni oggi attive, quelle che hanno oggi tra i 20 e i 70 anni (quindi compreso chi scrive), passeranno temo alla storia come coloro che hanno girato la testa dall’altra parte di fronte a un crimine – la tratta dei migranti – e a tragedie. Come quella di Cutro, al largo della Calabria, e quella successiva, avvenuta al largo della Grecia. Ed è sconfortante che nelle acque europee un naufragio da centinaia di vittime sia passato quasi sotto silenzio. Da anni la politica italiana usa il problema per prendere voti, senza riuscire a risolverlo. Qualche passo in avanti nella giusta direzione è stato fatto nel 2017 e nel 2018, grazie anche a Marco Minniti, il miglior ministro dell’Interno dai tempi di Giuseppe Pisanu. Ma neppure la soluzione degli accordi con la Libia si è rivelata giusta. Perché all’orrore degli scafisti si è aggiunto quello dei carcerieri libici. Viaggio spesso in Africa. Lì ho parlato con migliaia di persone. Non ne ho trovata una che volesse salire su un barcone per venire in Europa. Ne ho trovate moltissime che volevano sfuggire al destino che sentono scritto per loro. Finora a un africano con il desiderio di andarsene è arrivato questo messaggio: la porta dell’Europa e di una vita migliore è Lampedusa, sono le coste siciliane, calabresi, pugliesi; oppure quelle greche.
È evidente che occorre smontare questo meccanismo insostenibile, che per anni ha avuto quattro fasi: il viaggio nel deserto, la traversata del Mediterraneo, l’accoglienza in Italia, il passaggio nel Nord Europa. L’ultimo anello è saltato da tempo, con la sospensione di fatto di Schengen e la caccia all’uomo con i cani sul versante francese. Il terzo anello non può e non deve saltare: non possiamo lasciar morire la gente in mare o di fame. Sul futuro dell’Africa sono ottimista. Ci siamo fatti l’idea di un Continente miserrimo e disperato. Non è così: sta crescendo una generazione fiera, che andrebbe aiutata non con donazioni ai dittatori ma con progetti concreti. Ad esempio eradicare la malaria, un grave freno allo sviluppo. Aiutarli a casa loro, però, non basta. Occorre costruire corridoi umanitari per i profughi. Capire di quanti lavoratori l’Europa ha bisogno e andare a prenderli. Su questo punto finora il Governo Meloni ha detto tante parole ma fatto poco. Su Cutro ha girato la testa dall’altra parte e gli sbarchi sono aumentati. Anche per questo sarà un’estate difficile. Il ministro Piantedosi fa la faccia feroce, ma non mi pare che abbia trovato soluzioni, né può farcela da solo. Eppure i leader europei non dovrebbero parlare d’altro.
Le risposte non possono che essere due, solo in apparenza in contrasto tra loro. In primo luogo non si può lasciare affogare nessuno in mare. In secondo luogo: i trafficanti di uomini vanno fermati. L’Occidente ha sconfitto, o comunque inferto duri colpi, all’ISIS; può bloccare anche gli scafisti. Le ONG fanno quello che possono, ma si è visto che non sono lo strumento giusto, perché la malafede e la mancanza di scrupoli degli scafisti approfittano delle buone intenzioni dei volontari, abbandonando nelle loro mani le vite dei migranti, dopo averne tratto profitto. Non funziona neppure delegare a libici, tunisini o ai turchi il compito che dovrebbe essere degli europei. Ci sarebbe il Papa, che giustamente parla in difesa dei migranti. Ma ha anche ricordato che ogni società può accogliere gli stranieri che riesce a integrare. Ricorderò sempre la prima visita ad Assisi di Bergoglio, il primo Papa a scegliere il nome di Francesco. Era il 4 ottobre 2013. Il Pontefice scese sulla tomba del santo, si raccolse in preghiera, poi si rivolse ai fedeli. E parlò quasi soltanto di Lampedusa, dove la sera prima c’era stato un terribile naufragio con 368 morti. In tanti restammo stupiti. In realtà aveva ragione. E noi, che avremmo preferito sentirlo parlare d’altro, avevamo torto. Certo, a insistere sui migranti, il Papa ha perso un po’ la sintonia con la società italiana, compresi i fedeli, che l’avevano accolto come la speranza di una rinascita della Chiesa. Ma se ancora l’argomento divide, è perché non siamo ancora stati in grado di trovare soluzioni. L’osmosi tra l’Africa e l’Europa ci sarà. Ma deve essere la legge, non il crimine, a organizzarla.