Paura della Bibbia (e di Cappuccetto Rosso)

/ 12.06.2023
di Carlo Silini

Leggo, trasecolando, che il distretto scolastico di Davis, nello Utah, ha vietato la Bibbia nelle scuole elementari e medie dopo le proteste di un genitore secondo il quale con i suoi esempi di incesto, prostituzione e stupro, il sacro testo non è adatto ai giovanissimi. È «violento e volgare», sostiene.

Che la Bibbia contenga narrazioni di fatti scabrosi è il segreto di Pulcinella. Nel libro della Genesi, le figlie di Lot, convinte che il resto dell’umanità sia stato sterminato, fanno ubriacare il padre in modo da giacere con lui ed essere fecondate da quest’ultimo (e il piano ha successo). Nel secondo libro di Samuele si racconta della violenza sessuale subita dalla figlia di re Davide, Tamar, da parte del fratellastro Amnon. E nei Vangeli si parla di una notoria prostituta che si china ai piedi di Gesù con un vasetto d’alabastro, li lava e li profuma.

Sono episodi che vanno contestualizzati nei tempi e nella cultura in cui sono stati scritti. Inoltre, anche quando racconta queste realtà, la Bibbia le condanna senza mezzi termini. Ma soprattutto, venendo alla sostanza della notizia, questi racconti non vengono insegnati o letti nei programmi scolastici, perché sono oggettivamente marginali rispetto al cuore del testo biblico, che resta una grande narrazione di caduta e redenzione, un codice non solo religioso, ma anche culturale ed etico potentissimo che impregna di sé la civiltà giudeo-cristiana a cui apparteniamo.

Dal punto di vista narrativo si può ricavare tutto e il contrario di tutto: le violenze più efferate (a partire dall’atrocità della crocifissione) certo, ma anche l’esaltazione dell’amore umano (il Cantico dei Cantici), le bussole morali (i dieci comandamenti), le speranze più ardite (la resurrezione), i più visionari manifesti di giustizia a difesa dei deboli e dei poveri (le beatitudini).

L’accusa appare quindi pretestuosa. Che parta da un incolto abitante dell’America profonda non stupisce, ma è sconfortante che venga sposata dalle sue autorità scolastiche. Non si tratta di credere o non credere. La scuola non parla della Bibbia per indottrinare gli allievi, magari propinando tesi anti-scientifiche, come fanno i nemici dell’evoluzionismo. Dovrebbe farlo per aiutarli a capire più profondamente il mondo nel quale crescono. Anche la più laica delle istituzioni educative non può permettersi di far sparire un testo che ha influenzato in modo così determinante la storia e i costumi dell’Occidente, con un repertorio di vicende, personalità, codici etici e visioni entrati nel DNA della nostra civiltà, al pari e a volte molto più della filosofia greca, del diritto romano e dell’illuminismo.

La verità è che dal sommo della sua – quella sì «violenta e volgare» – ignoranza, la «cancel culture» butta al mare fiabe, romanzi, capolavori e testi sacri che teme perché non è in grado di capire.

Presentare la Bibbia come un libro che turba i sonni dei bambini non è una scelta educativa, ma il suo esatto contrario. Invece di dare ai ragazzi gli strumenti per comprendere aspetti problematici del mondo raccontati dalla Bibbia, da un mito, da una leggenda ma anche da un settimanale come questo o da un TG, li si benda per impedire loro di vederli. È la politica dello struzzo che invece di fuggire dal leone che si avvicina, nasconde la testa sotto la sabbia. A questa stregua, ai bambini, non bisognerebbe neppure leggere Cappuccetto Rosso col lupo travestito da nonna che se lo divora. Ammetterete che, come potenziale trauma infantile, è molto peggio delle figlie di Lot o di Maria Maddalena.