Non siamo l’ombelico del mondo

/ 16.01.2023
di Carlo Silini

A giudicare da quanto troviamo nella stragrande maggioranza dei media, l’umanità soffre di gravi problemi di miopia. Vediamo poco più in là del nostro naso. Non ci riferiamo, qui, alla diffusissima patologia della vista, ma all’incapacità di scorgere, considerare e affrontare con la mente e con il cuore realtà che non ci tocchino da vicino.

Un incidente di motorino sotto casa e il conseguente ingorgo stradale o la bagarre di politichetta nostrana sui social attirano la nostra attenzione e scatenano il nostro malumore (o il nostro ludibrio) molto più di una strage di civili dall’altra parte del mondo. Nulla di bizzarro, purtroppo: siamo ombelico-centrici e su questa cinica verità si basa buona parte delle scelte editoriali di numerosi strumenti di informazione e quindi buona parte delle nostre conoscenze sui fatti salienti del pianeta.

Sarà per questo che tendiamo a credere, forse ad auto illuderci, che le crisi del momento siano sostanzialmente un paio o tre: la guerra tra Russia e Ucraina, la pandemia (in ribasso, ma sempre temibile) e l’inflazione. Ce ne «accorgiamo» perché sono eventi che ci vengono sbattuti in faccia ad ogni tg. Ed è già quasi un sollievo pensare che suscitino in noi qualche preoccupazione in più rispetto al campionato di hockey o alle principesche baruffe tra Harry e William. Ma ce ne «accorgiamo» soprattutto per il loro «effetto domino» che si ripercuote fino alla nostra tranquilla periferia di mondo. E così capita che le scellerate decisioni di un governante russo che fino a un anno fa consideravamo – senza farci il sangue amaro – uno fra i tanti faccioni del potere mondiale, ci avvelenino l’anima soprattutto perché ci complicano la vita. Ad esempio, diminuendo il nostro potere di acquisto. Certo, proviamo pena anche per le vittime innocenti del conflitto ucraino-russo, ma come mai non succede lo stesso con quelle dei molti altri conflitti in corso? Siamo miopi, appunto: ecco il perché.

I più avveduti spingono le proprie capacità percettive fino all’Iran, all’Afghanistan e magari – di questi giorni – al Brasile. Più in là di lì, però, cala la notte. Lo sapevate che in questo momento nel mondo ci sono almeno 28 conflitti «ad alta intensità» (potete consultare i dati aggiornati sul sito conflittidimenticati.it)? E che, se si calcolano anche le crisi croniche e le escalation violente, nel 2020 si arrivava a 359 conflitti (dati Caritas)? Come abbiamo fatto a distrarci al punto da ignorare, o più probabilmente dimenticare, che in Siria la guerra non è affatto finita? Eppure, del ginepraio di etnie combattenti, alleanze armate internazionali, teste mozzate, ospedali bombardati, corpi crocifissi abbiamo sentito parlare tutti i santi giorni per diversi anni. Ci siamo assuefatti al male? Peggio: alla fine tutte queste notizie un po’ splatter ci sono venute a noia? E lo Yemen, l’Etiopia, il Mozambico, il Mali, l’Iraq, la crisi permanente tra Israele e Palestina? O ancora il Myanmar, il Pakistan, il Sud del Sudan e tutte le altre guerre cadute nel cono d’ombra della nostra attenzione mediatica e personale?

Lo stesso potremmo osservare ragionando su un’emergenza che invece pare non sfuggire alla maggior parte delle persone: quella climatica. Anche qui – con tutta la solidarietà nei confronti di chi cerca di campare con gli impianti sciistici – siamo capaci di farci venire il mal di stomaco perché quest’inverno scarseggia la neve. Come se il culmine del problema fossero i nostri sci che languono in cantina e non le prospettive apocalittiche dell’innalzamento generale delle temperature nel pianeta. Insomma: abbiamo consapevolezza delle crisi mondiali solo quando ci rovinano la festa.

Questo non è un invito all’auto flagellazione morale, ma all’oggettività, a togliere il paraocchi, a capire che i nostri patemi personali, regionali o nazionali sono una piccolissima parte dei problemi del cosmo. Persone in difficoltà ce ne sono anche da noi, sia chiaro, ma ha senso per la maggioranza di noi perdere le staffe per quelle che, in confronto alle crisi che ci circondano, sono poco più che quisquilie? Da altruisti apriamoci al mondo per aiutare chi ha molto più bisogno d’aiuto di noi. Da egoisti, facciamolo anche solo per sentirsi più felici, perché non c’è alcun dubbio: siamo incredibilmente fortunati.