Informazioni

Inviate le vostre domande o riflessioni a Silvia Vegetti Finzi, scrivendo a: La Stanza del dialogo, Azione, Via Pretorio 11, 6901 Lugano; oppure a lastanzadeldialogo(at)azione.ch


Non si desidera ciò che non si conosce

/ 12.06.2023
di Silvia Vegetti Finzi

Cara Silvia,
scusa se ti do del «tu» ma mi viene spontaneo. So che da anni ti occupi, come psicologa, della maternità. Hai scritto libri molto belli tra cui ultimamente L’ospite più atteso. Vivere e rivivere le emozioni della maternità, un libretto edito da Einaudi, snello ma avvincente. Tuttavia ti confesso che non riesci a convincermi a diventare mamma, anche se mi pongo il problema con urgenza. Mi trovo in un decennio cruciale per quanto riguarda l’ipotetico progetto di un figlio: ho 34 anni. Presto la fertilità incomincerà a ridursi e non vorrei passare il resto della vita a rimpiangere l’occasione perduta. Eppure, al momento di figli non ne voglio e non so quando l’indecisione lascerà il posto a una scelta. Considero la maternità come una trappola che la narrativa tradizionale ha edulcorato mentre le donne sono stufe di dare per scontato il sacrificio materno sul lavoro, nella coppia, nella società in generale. Interrogando le amiche, ho scoperto che parto e allattamento sono ancora molto dolorosi e che il desiderio sessuale, nostro e dei partner, spesso viene messo un crisi da una esperienza così poco erotica. In questi giorni non si fa che parlare di «denatalità», di «culle vuote», di «inverno demografico» e dei provvedimenti economici e sociali da intraprendere.
Seguo queste notizie e ci rifletto ma non cambio idea. Mi aiuti tu? Grazie. /
Fiorella

Cara Fiorella,
non sarà facile ma ci provo anche perché molte tue coetanee si trovano nella tua stessa condizione. Difficile che il discorso politico, anche se necessario, possa risultare convincente perché nessuna sarà indotta a desiderare un figlio per risolvere i problemi delle pensioni, l’inflazione o il calo del PIL.

Come dice un proverbio pugliese: «Gli uomini vengono dalla porta, i figli vengono dal cuore» e al cuore non si comanda. Eppure il desiderio di un figlio, benché non sempre e non per tutte, abita l’inconscio femminile. Ne troviamo il fantasma nei giochi, nelle fantasie, nelle figure della notte.

In ogni inchiesta, le giovani coppie affermano di desiderare due o tre figli. Perché in molti casi questo sogno non si trasforma in realtà? Le risposte sono varie: l’orizzonte del futuro è oscuro, il presente incerto, la realtà deludente, soprattutto per quanto riguarda il lavoro femminile, spesso precario, poco incentivato e, in caso di assenze prolungate, a stento tollerato. Eppure sappiamo che il lavoro delle donne, se armonizzato con gli impegni familiari, è un formidabile operatore di benessere per tutti.

Ma torniamo al desiderio di un figlio che, come testimonia la tua lettera, spesso si spegne nel grigiore dell’incertezza, nell’apatia di un perpetuo rinvio.

Quando le donne, più o meno famose, compiono un bilancio della loro vita, nella maggior parte dei casi pongono al primo posto figli piuttosto che il successo, la fama, il denaro.

Che cosa impedisce allora che il desiderio inconscio, che nasce dalla mancanza, da una vaga attesa, determini una decisione positiva, un «sì», piuttosto che un alternante «vorrei e non vorrei».

Credo che l’apatia dipenda dall’eclisse di una cultura della maternità. Pochi artisti contemporanei si occupano del tema e rare le opere d’arte dedicate al creatività materna. Pensa quanto la pittura e la scultura rinascimentali (Leonardo, Tiziano, Donatello, Michelangelo…) hanno sollecitato e sostenuto, attraverso l’iconografia delle Madonne col Bambino, il desiderio materno, conferendo alla coppia primaria forma e valore. Come ben sanno i pubblicitari, nessuno desidera ciò che non conosce, di cui non ha esperienza. Molte giovani donne non hanno mai stretto tra le braccia un neonato, sperimentato la tenerezza che suscita, avvertito la voglia di grembo pieno indotta dalle sensazioni che provoca. Senza emozioni il desiderio rimane inerte.

Venendo a te, cara Fiorella, perché invece di abbandonarti a elucubrazioni mentali, non provi a occuparti di bambini vivi e veri. Tanti (magari tra le sue stesse amiche) hanno bisogno di affetto e accudimento. Ti ricordo che la vita s’impara solo vivendo, innanzitutto con il corpo.