Moderni gladiatori o uomini bisognosi di protezione?

/ 03.07.2023
di Giancarlo Dionisio

«I ciclisti sono eroi moderni. Quando muore un corridore, è come se morisse un soldato. Rendiamo loro i massimi onori. Sempre e ovunque».

È una delle innumerevoli frasi catturate in rete dopo la morte del giovane professionista sangallese Gino Mäder, caduto in un burrone durante una tappa del recente Giro della Svizzera. Il rispetto è doveroso. Va al di là della scontata e beffarda retorica guerresca. Poche settimane prima, al Giro d’Italia, il gruppo aveva rivendicato il taglio di una tappa poiché le condizioni meteo avrebbero potenzialmente messo a repentaglio la loro salute, a causa della pioggia gelida, e la loro incolumità, per le discese rese insidiose dal mix di sabbia, acqua e ghiaietta. Apriti cielo, si era scatenato il finimondo. «Nessuno vi ha imposto di correre in bicicletta. Siete delle mammolette. Una volta sì che i corridori erano veri uomini. Vergognatevi». È una selezione che non rappresenta neppure l’uno per mille della bile vomitata sui corridori professionisti dai cosiddetti pedalatori della domenica. Non mi stupisco quindi se nell’ambiente questi ultimi vengono definiti ciclo-suonati invece che ciclo-amatori. L’amore è fatto di ben altro.

Statisticamente il ciclismo non è in testa alla classifica degli sport più rischiosi. Lo è potenzialmente. Cadere è all’ordine del giorno, e quando si impatta sul duro e ruvido asfalto, si fa in fretta a lasciare questo mondo. Avviene raramente. Non per fortuna, ma perché i ciclisti sono degli autentici funamboli. A volte ricordano i personaggi dei videogame o dei cartoni animati, che non si fanno mai male. Volano a terra a 90 all’ora, si rialzano, si guardano attorno, cercano la bici per poter ripartire. Come Willy il Coyote, che dopo un volo libero di cento metri si spiaccica al suolo fino a diventare bidimensionale, si risolleva, riacquista la terza dimensione e riprende la caccia a Beep Beep.

La morte di Gino Mäder, come quella dell’italiano Fabio Casartelli al Tour de France del 1995 o quella del belga Wouter Weylandt al Giro d’Italia del 2011, sono archiviate sotto la voce «tragica fatalità». È un fenomeno insito nel ciclismo. Inevitabile. Si potrebbero intensificare le misure di protezione. Come? Facendo correre gli atleti con delle tute da motociclista con tanto di airbag dorsale? Stravolgendo il concetto stesso di corsa ciclistica, abolendo quindi le discese e le volate? Non necessariamente si salverebbero delle vite.

Si può cadere e morire anche in pianura, pedalando a 30 all’ora. In compenso morirebbe il ciclismo, spogliato dell’epos e del pathos che da sempre lo rende mitico agli occhi di chi lo segue. Non si dovrebbe morire di sport. Mai, per nessuna ragione. Ma il rischio-zero non esiste. Per limitare il pur esiguo numero di episodi tragici, basterebbe assecondare i corridori quando si coalizzano, come è capitato al Giro d’Italia. Quel giorno le previsioni meteo topparono in pieno e la corsa rosa espatriò per giungere a Crans-Montana in condizioni più che accettabili. Nel dubbio, meglio un giorno di spettacolo in meno e un tasso di rischio più basso. Senza insulti e senza offese.

Tanto loro lo sanno che, per vocazione e per contratto, sono chiamati a dare spettacolo. E per farlo si allenano quotidianamente. Con costanza, metodo, spirito di abnegazione. In condizioni molto più rischiose rispetto a quelle che trovano in corsa. Non sempre si possono rifugiare in altura, a fare il pieno di globuli rossi, su strade in cui passano due auto all’ora. Il più delle volte, chi si allena è confrontato con la frenesia e la follia del traffico. Lo ripeto, sembrano acrobati usciti da un’accademia circense, ma contro un camion, un furgone, un’auto pilotati da un irresponsabile che smanetta sul cellulare, c’è poco da fare.

I grandi nomi, come Michele Scarponi e Davide Rebellin, rientrano nelle statistiche. Tutti gli altri finiscono nel grande calderone degli incidenti della circolazione. Se lo sci alpino è a rischio per mancanza di neve, il ciclismo sarà chiamato a pagare un conto salato al traffico. O il numero dei veicoli in circolazione cesserà di crescere, oppure si correrà il pericolo di vedere presto delle sfide online, con i corridori sistemati sui rulli, come durante il lockdown. E il pubblico? Beatamente sdraiato sul divano, con birra e patatine, a tifare senza la gioia di poterle condividere. Senza la possibilità di tornarsene a casa con un selfie accanto a Pogacar, o con il cappellino di Van der Poel.