L'ultimo viaggio

/ 08.05.2023
di Claudio Visentin

Lo studente sta per finire l’esposizione del suo progetto di turismo urbano. Da qualche tempo se ne parla molto. Fino agli anni Settanta del secolo scorso le città erano grigi centri produttivi e industriali, da dove fuggire appena possibile verso il mare e la montagna. Poi le industrie sono state delocalizzate e proprio il turismo ha giocato un ruolo di primo piano nelle strategie di rigenerazione urbana con festival, eventi, progetti di arte contemporanea.

Da qualche tempo però la scena è affollata e dunque la competizione è particolarmente serrata. Grandi architetti internazionali sono chiamati a creare edifici sempre più sorprendenti, seguendo l’esempio ormai storico del museo Guggenheim di Bilbao (opera del canadese Frank Gehry, inaugurato nel 1997), così come della controversa piramide del Louvre (architetto Ieoh Ming Pei, 1988): simboli della città e potenti richiami per il turista.

Un buon esempio è The Vessel, presentato appunto dal mio studente. La gigantesca costruzione creata dall’architetto inglese Thomas Heatherwick ha una forma ovale, evocativa della prua di una nave all’approdo; ad altri è sembrata invece ispirarsi a un favo, un alveare, una parete di arrampicata o un cesto.

È un complesso di sedici piani in bronzo, acciaio e cemento, alto quarantasei metri, realizzato dall’intreccio di oltre centocinquanta scale e ottanta terrazze panoramiche, creato al solo scopo di offrire un punto di vista diverso sulla città (è stato definito dal «New York Times» «una scalinata verso il nulla»). Sorge in una vasta piazza alberata a Hudson Yards, quartiere di tendenza di Manhattan, alla fine della celebre High Line, una ferrovia abbandonata sopraelevata trasformata in un giardino pensile.

«Dunque tutto bene?», chiedo allo studente alla fine della presentazione. «Mi sembra un edificio riuscito». «Senza dubbio è andato tutto benissimo» risponde; ma poi aggiunge: «quanto meno sino ai suicidi».

Suicidi? La mia attenzione si risveglia all’improvviso, insieme ai ricordi. Infatti dopo l’inaugurazione, nel marzo 2019, ben tre persone scelsero questa struttura per farla finita. Il primo nel febbraio 2020 fu un ragazzo di diciannove anni; alla fine di quell’anno il suo esempio fu seguito da una giovane, poco più grande; meno di un mese dopo un turista californiano, anch’egli sui vent’anni.

A quel punto The Vessel fu chiuso al pubblico per alcuni mesi, per formare il personale e insegnar loro a riconoscere comportamenti pericolosi; furono vietate anche le visite individuali. Nonostante tutti questi sforzi due mesi dopo la riapertura un adolescente di quattordici anni, in visita con la famiglia, si è gettato nel vuoto. Da allora The Vessel è chiuso a tempo indeterminato. Si può accedere solo al piano terra, un discreto controsenso per un edificio verticale.

Nel frattempo si pensa a reti o barriere di vetro, ma servirebbero davvero a scoraggiare? Gli esperti lo credono, soprattutto nel caso di suicidi d’impulso, mentre quelli premeditati ovviamente sono inevitabili. Ma come mettere in sicurezza The Vessel conservando la sua natura di gigantesco balcone affacciato su Manhattan? E i tentativi non si sposterebbero semplicemente altrove?

A New York del resto i suicidi riusciti sono centinaia ogni anno, molti più della media nazionale. Per restare a Manhattan, solo negli ultimi mesi un uomo d’affari e una famosa modella si sono gettati dal Bar 54 dell’Hyatt Centric di Times Square, ora soprannominato il «rooftop dei suicidi».

E prima che fossero installate delle protezioni, i tentativi erano frequenti anche dall’Empire State Building. All’altro estremo degli Stati Uniti l’iconico Golden Gate Bridge, a San Francisco, registra regolarmente suicidi. E lo stesso avviene in quasi tutti i più conosciuti luoghi turistici del mondo; anche la Tour Eiffel ha dovuto montare delle reti.

Strano paradosso: proprio mentre abbandoniamo il mondo e cancelliamo la nostra vita, scegliamo luoghi famosi, dove si perpetua la memoria di grandi eventi.