Love is love, Mister Erdogan

/ 05.06.2023
di Carlo Silini

È tornato il Far West: i cowboy contro gli indiani, i buoni contro i cattivi, gli sceriffi contro i banditi, i normali contro i diversi. Sarà che viviamo come dentro il tamburo di una lavatrice e ogni cosa ci vortica attorno confondendo le idee, sarà che stiamo attraversando una fase della storia che sembra sfuggire di mano a tutti, fatto sta che le semplificazioni brutali della realtà godono di uno straordinario e pericoloso consenso.

Mi colpisce che, al termine di una battaglia elettorale intensissima contro Kilicdaroglu, l’immarcescibile e riconfermato neo-vecchio presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan abbia speso le prime parole da vincitore contro la comunità LGBTQ: «Nella nostra cultura la famiglia è sacra – ha detto – strangoleremo chiunque osi toccarla», come ha riferito il «Corriere della Sera».

Anche negli Stati Uniti Donald Trump e Ronald Dion DeSantis, i due più accreditati contendenti repubblicani per le presidenziali del 2024 hanno manifestato, con toni diversi ma identica sostanza, avversità alle forme di convivenza e alle scelte identitarie sessuali alternative a quella canonica dell’eterosessualità. Posizione condivisa senza troppi chiaroscuri pure dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni.

Nel Far West turco, ma anche in quello americano e italiano, molto meno in Svizzera, lesbiche (L), gay (G), bisessuali (B), transgender (T) e «queer» (Q) ovvero persone che non si riconoscono nelle definizioni tradizionali degli orientamenti sessuali e delle identità di genere, vengono considerate da importanti formazioni politiche come nemiche dell’ordine costituito.

In sette Paesi del mondo c’è la pena di morte per gli omosessuali e essere gay è un crimine in 72 nazioni. Qualche anno fa in Polonia erano state istituite illegalmente delle zone vietate alla comunità LGBTQ e c’è chi rispolvera le leggende metropolitane secondo le quali ci sarebbe un piano di Soros e della Germania per sostenere scelte sessuali e relazionali non tradizionali per diminuire la popolazione mondiale.

Sono cresciuto in un clima di riprovazione per chi rivendicava il diritto a vivere la propria omosessualità. Conosco il repertorio argomentativo utilizzato per creare discredito nei loro confronti: sono «perversi», «malati», insidiano i ragazzini. Follie. Capisco che un eterosessuale nato in un simile brodo di coltura possa far fatica ad accettare l’idea che ci siano persone (dal suo punto di vista) così spiazzanti. Ma, come molti altri della mia generazione, capisco anche che su questi argomenti abbiamo ricevuto un’educazione piena zeppa di pregiudizi, incapace di fare i conti con la realtà e spesso ipocrita. Certo, ci sono temi su cui – senza dover essere presi per oscurantisti – è giusto spendere un supplemento di riflessione, come la possibilità per gli omosessuali di avere figli propri ricorrendo a uteri in affitto (esiste anche la nobile pratica dell’adozione). Ragioniamo, quindi.

Ma il tempo del Far West è finito. Perfino il Papa lo dice: «Chi sono io per giudicare?». Si può essere sostenitori della famiglia lui+lei+figli senza dichiarar guerra a tutte le altre forme di convivenza e scelte di genere, legittimate dall’amore quanto quella classica. E senza minacciare di «strangolare» chi le difende. La maggior parte dei giovani lo sa. L’abbiamo visto in occasione del voto elvetico sul «Matrimonio per tutti»: per i ragazzi è un non-problema, ormai quasi nessuno di loro si sente sbagliata/o se si innamora di una persona del proprio sesso.

Mi sembra di sentirli: Love is love, Mister Erdogan.