L’obiettivo di Mosca: la catastrofe

/ 05.12.2022
di Paola Peduzzi

Vladimir Putin sta deliberatamente distruggendo l’Ucraina. Quel che non è riuscito a conquistare, il presidente russo lo bombarda, compresi i territori che considera «per sempre» parte della Federazione russa, come Cherson, per esempio, la città del sud liberata dall’esercito ucraino dopo essere stata «annessa» alla Russia con un referendum-farsa. Da tempo si parla della necessità di prepararsi all’inverno, sia per gli ucraini sia per gli occidentali che arrivano impreparati non avendo ancora trovato un sistema di contenimento dei prezzi delle fonti energetiche, ma forse sfugge ancora il fatto che Putin abbia pianificato fin dall’inizio la campagna di distruzione dell’Ucraina. La catastrofe umanitaria del Paese invaso senza ragione non è un effetto collaterale della guerra: è l’obiettivo dell’offensiva di Mosca. La determinazione con cui gli ucraini ricostruiscono quel che l’esercito russo distrugge è sorprendente: la voglia di normalità si vede nella festa attorno al primo treno in arrivo da Kiev a Cherson in tempo record, nello scambio continuo di consigli su come accendere un fuoco e tenerlo vivo senza spendere troppo o su come trasformare la neve in acqua senza sprechi. Si vede anche nella forza con cui molti dicono, intabarrati dentro ai loro cappelli e cappotti, che ogni ristrettezza è accettabile, basta non dover stare sotto l’occupazione russa.

Ma poi ci sono altri dati, insormontabili. L’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) ha detto che quest’inverno tre milioni di ucraini saranno sfollati. Al momento dieci milioni di ucraini sono senza corrente elettrica e sono iniziate delle migrazioni interne – alcune volontarie, altre gestite dalle amministrazioni locali – per andare in posti in cui buio e freddo sono inferiori. Ma nessuna parte del Paese è sicura, perché i bombardamenti dell’aviazione russa colpiscono ovunque, tutti i giorni. Sempre secondo l’Oms, sono state colpite anche 700 strutture medico-ospedaliere dall’inizio del conflitto e i russi che si sono ritirati dall’area di Cherson hanno portato via medicine e riserve di cibo. I medici ucraini sono costretti a fare le operazioni chirurgiche in mezzo ai continui blackout, limitandosi alle emergenze e dovendo interrompersi spesso, con un’evidente conseguenza a medio termine per la sanità generale del paese.

Secondo il World Food Programme dell’Onu, un ucraino su tre soffre di insicurezza alimentare (cioè non mangia regolarmente) e fino al 40% delle persone nelle regioni dell’est – dove si combatte – non riceve una quantità sufficiente di cibo. Nell’ultimo anno il prezzo della spesa medio è aumentato del 35% e il tasso di povertà dell’Ucraina è passato dal 2 al 25% da quando sono arrivati i russi. Secondo la Banca mondiale, il tasso di povertà potrebbe salire fino al 55%; metà della popolazione ucraina (di quel che ne rimane, visto che circa 7 milioni sono andati via e circa 6mila sono stati uccisi) potrebbe avere difficoltà di sopravvivenza. La Russia non permette che i pacchetti umanitari dell’agenzia dell’Onu – con farina, olio, sale, zucchero, carne in scatola e fagioli – raggiungano le zone occupate e i loro dintorni. C’è poi la questione delle deportazioni in Russia, che va avanti dall’inizio della guerra, un fenomeno difficile da quantificare. Restano i racconti che riguardano i bambini, prelevati negli orfanotrofi o nelle case-rifugio in cui sono andati a vivere quando i loro genitori sono stati feriti o uccisi e le loro case distrutte. Sono tanti, non si sa dove siano finiti, ci sono associazioni che cercano di localizzarli, ritrovarli, riportarli a casa.

Come ormai la tv di Stato russa ribadisce in modo esplicito, Putin vuole costringere gli ucraini, piegati dalla catastrofe umanitaria, alla resa. E spera anche che uno dei suoi calcoli strategici originari sia corretto: il presidente russo pensava che l’Occidente non sarebbe corso in aiuto, unito, a Kiev; ora che l’aiuto c’è, Putin conta sul fatto che non duri più di tanto e ricorda l’esempio afghano (la protezione dell’Occidente è un bene deperibile). Nel mondo del pacifismo occidentale, questa retorica ha una certa presa, e così c’è qualcuno che insiste sull’inaffidabile isteria di Kiev (che non lavora ai negoziati) e che afferma: gli ucraini non ce la possono fare, meglio che si arrendano. Lo dicevano anche il 24 febbraio, e sbagliavano, ora non si può pretendere di contenere il paese aggredito solo perché non si riesce a fermare il paese aggressore.