Le elezioni tra ratti e lupi

/ 19.12.2022
di Orazio Martinetti

Dopo la tregua imposta da Natale e Capodanno, i partiti riprenderanno ad incrociare le spade. Gli stati maggiori hanno già definito programmi e designato i candidati. Da San Silvestro in poi bisognerà accostarsi all’elettorato, per convincerlo innanzitutto ad esprimere un voto. Si sa che l’astensionismo è in crescita ovunque nei P0aesi occidentali e quindi è presumibile che il Ticino non farà eccezione. Gli espedienti finora adottati – come il voto per corrispondenza – non hanno dato i frutti sperati sul versante della partecipazione. Si spera un giorno di invertire la rotta con l’introduzione generalizzata del voto elettronico, attualmente in via di sperimentazione. Vedremo. Si rimane comunque nel campo delle agevolazioni per combattere la neghittosità; il calo della partecipazione è questione ben più complessa, che riguarda l’essenza stessa della democrazia, del senso civico che la sorregge e la alimenta.

Come sarà la campagna elettorale che si sta aprendo? Dalle piattaforme sinora elaborate si capisce che si oscillerà tra due poli, da un lato i drammi che assillano l’umanità intera, dall’altro le faccende che angustiano la quotidianità degli abitanti di questo cantone. Quindi, nel primo caso, il dibattito ruoterà intorno alle «sfide epocali»: cambiamento climatico, transizione energetica, lotta alle pandemie e alle carestie, il pericolo nucleare (bellico e civile), l’accoglienza dei profughi vittime di conflitti e persecuzioni; nel secondo caso si scenderà ai piani bassi, per riprendere a litigare sulle imposte di circolazione (diatriba annosa) e sulla tassa di collegamento (dicitura strampalatissima e incomprensibile ai più). Sono controversie che testimoniano quanto siano diventate ormai roventi le conseguenze della mobilità in questo triangolo di terra, specialmente nel Mendrisiotto, imbuto assediato e soffocato dal traffico. Un tasso di motorizzazione così elevato si ripercuote per forza sui bilanci delle famiglie e della comunità intera, sia in termini monetari, sia in termini di qualità della vita. Di qui l’interesse dei partiti a cavalcare l’una o l’altra causa per ricavare consensi. Ma soluzioni vere non s’intravedono, gli accorgimenti che vediamo spuntare agli incroci servono solo a smaltire il vecchio traffico, non quello nuovo che nel frattempo è andato formandosi.

Al generale congestionamento del formicaio contribuisce tutto il solerte popolo dei motori: residenti, camionisti e turisti, e anche i frontalieri. Quest’ultimi raggiungeranno presto quota ottantamila. E pensare che all’epoca della famigerata campagna promossa dall’UDC «Bala i ratt» (2011) erano appena 45mila. Inveire contro i «roditori» non è servito, nemmeno con una maggioranza di destra al governo. Ma questi numeri dovrebbero imporre una riflessione seria sul modello economico che si è imboccato negli ultimi decenni, sugli squilibri creatisi nel mercato del lavoro, sulle trasformazioni che hanno investito la macchina produttiva, sulle prospettive occupazionali dei giovani e sulle logiche dei percorsi formativi. Non è qualificabile come sana una situazione del genere.

Infine c’è il «fattore lupo»: anche il predatore irromperà nei dibattiti pre-elettorali. La tematica, come si è visto in questi mesi, è altamente infiammabile perché tocca le corde dell’emotività, sentimenti come la rabbia, l’impotenza, l’indignazione. Basta evocare la questione per guastare antiche amicizie. Vedremo come i partiti la affronteranno da qui al 2 aprile, se ci sarà attenzione verso un mondo, quello alpino, che ogni giorno lotta per la sua sopravvivenza. Nella gestione del lupo confluiscono numerosi aspetti, economici (costi per gli indennizzi e molto altro), legislativi e culturali. L’introduzione del predatore ha portato alla luce un’incomprensione crescente tra cittadini e villici. I primi continuano a coltivare una visione bucolica della vita contadina che non è mai esistita; i secondi chiedono disperatamente ascolto per non abbandonare definitivamente l’allevamento in alta montagna. Riferisce l’abate Paolo Ghiringhelli nel suo Ticino all’inizio dell’Ottocento (1812) che «il cacciatore e l’uccisore di un lupo ricevono 20 lire». Ieri la ricompensa, oggi la galera. Altri tempi, altri costumi, altre esigenze.