Largo agli anziani, anzi: ai vecchi

/ 30.05.2023
di Carlo Silini

Largo ai vecchi. Lo penso davvero, senza angustiarmi per il dogma del politicamente corretto che imporrebbe di scrivere «largo agli anziani», perché «vecchio» suona eccessivamente diretto, sfrontato, addirittura maleducato. Ma è davvero così offensivo chiamare le cose – e le condizioni esistenziali – col loro esatto nome?

Usare parole edulcorate è molto ammodo, tranquillizza le orecchie e soddisfa le forme, ma non significa ancora trattare automaticamente i vecchi con rispetto.

A cosa serve accarezzarli col linguaggio se poi li si bistratta nei fatti della vita, considerandoli persone che non hanno più nulla da dire e da dare al mondo e alle generazioni successive? Non trattiamoli con ipocrita e benevola commiserazione: consideriamoli per il loro valore reale, che resta intatto anche con lo scorrere del tempo. Non ci credete?

Un mio amico (in pensione) mi ha inviato un articolo del «New England Journal of Medicine» secondo il quale, in estrema sintesi, dopo i sessant’anni le persone diventano più creative.

I casi illustri non mancano. Andrea Camilleri è esploso, narrativamente parlando, dopo i 67 anni. E, senza nulla togliere ai suoi formidabili ruoli attoriali giovanili (un po’ spacconi), Clint Eastwood si è imposto come regista di culto in vecchiaia. Va da sé che non mancano esempi di segno opposto.

La ragione, spiegata nel menzionato articolo dal direttore della George Washington University School of Medicine, sta nel fatto che dopo i sessant’anni «l’interazione degli emisferi sinistro e destro del cervello diventa armoniosa, il che espande le nostre possibilità creative», appunto. Certo, ammette lo studioso, il cervello è più lento rispetto ai tempi verdi della gioventù, «tuttavia, guadagna in flessibilità. Pertanto, con l’età, siamo più propensi a prendere le decisioni giuste e meno esposte alle emozioni negative. Il picco dell’attività intellettuale umana», aggiunge, «si verifica intorno ai 70 anni, quando il cervello inizia a funzionare a pieno regime».

Più delle spiegazioni chimiche (l’aumento di mielina nel cervello, una sostanza che facilita il passaggio dei segnali tra i neuroni) intriga l’interpretazione meccanica del dottor Monchi Uri, dell’Università di Montreal, secondo il quale il cervello dei vecchi «sceglie la strada che consuma meno energia, elimina il superfluo e lascia solo le opzioni giuste per risolvere il problema». Pare una lettura che va molto al di là della pura scienza. Con l’età non c’è più né il tempo né la forza, ergo neppure la voglia di cincischiare. Si punta dritti all’osso.

È la stessa ragione per cui gli anziani tendono a diventare più sinceri e a dire senza circonlocuzioni quello che pensano. «Sono vecchia – mi confidava tempo fa una novantenne molto religiosa – se devo dire a qualcuno che sbaglia non ci giro intorno, anche se è il mio parroco».

A dirla tutta, per ragionare meglio non ci sarebbe bisogno di invecchiare. A intasare i cervelli, oggi, è soprattutto la sovrabbondanza di stimoli e di informazioni. Se riuscissimo a disfarci dell’incredibile quantità di nozioni inutili, ridondanti o futili da cui siamo sommersi, penseremmo in modo assai più lineare ed efficiente. Beati i vecchi, quindi, che economizzando sulle risorse cerebrali sono portati a farlo dalla natura.

Beati, se sono ancora sorretti dalla salute, naturalmente. Perché le buone notizie vanno pur sempre lette con un minimo di realismo e molti anziani hanno alle spalle esistenze logoranti e decorsi degenerativi che non possiamo banalizzare. Resta che ora la scienza ci dice qualcosa che la tradizione aveva già capito da un pezzo. I vecchi sono un patrimonio non solo di esperienza, ma anche di intelligenza che sarebbe imperdonabilmente stupido trascurare.