Donald Trump ci riprova (o almeno ci prova): primo fra tutti, ha annunciato martedì scorso che si candiderà a presidente nel 2024. Deve farlo. Per vendetta; per salvarsi dalle inchieste sulle truffe fiscali del suo impero, per aver trattenuto nella sua villa in Florida documenti confidenziali e segreti della Casa Bianca, per aver tentato di influenzare l’esito del voto presidenziale in alcuni Stati, forse nei prossimi mesi dovrà anche confrontarsi con un’inchiesta per aver aizzato i suoi sostenitori ad assaltare il Congresso il 6 gennaio 2021. Infine, deve ricandidarsi perché il suo ego narcisista non può accettare di perdere, e benché neghi di essere stato battuto da Biden ha comunque perso la Casa Bianca e l’aureola di uomo più potente della Terra.
Ad osservare Trump annunciare la sua candidatura, davanti ad una folla osannante in un salone del suo club privato a Mar-a-Lago, viene da chiedersi: ma lui ci crede davvero, di poter ottenere la nomination repubblicana e poi di riconquistare la Casa Bianca? Non è più il cosiddetto underdog e outsider, ha trascorso quattro anni al potere, ha un influsso notevole sulla base repubblicana. Inoltre, di fronte alla constatazione che ha perso la presidenza nel 2020, il suo partito la maggioranza alla Camera dei rappresentanti nel 2018 e del Senato a inizio 2021, recuperando solo la Camera nelle recenti elezioni di medio termine, la sua fama di uomo di successo ne esce fortemente ridimensionata. In sostanza, con Trump si perde. Se ne sono accorti anche molti repubblicani e sostenitori di Trump. Come Rupert Murdoch, i cui media Fox News, «New York Post» e «Wall Street Journal» dopo le elezioni di midterm hanno cominciato a criticarlo.
Tuttavia, mai sottostimare personaggi come Trump. Possono non avere successo, ma hanno un’alta carica distruttiva. Senza dubbio sparerà letame a cannonate sugli altri concorrenti repubblicani. Così facendo allargherà il fossato interno al partito fra i suoi sostenitori e quell’ala moderata fin qui sottomessa che ora osa una fronda ancora timida, sotterranea. In sostanza, come hanno rimarcato altri commentatori, Trump dichiara guerra non solo ai democratici ma prima di tutto al suo stesso partito. Qualche commentatore americano paventa persino una scissione del partito, in particolare se Trump decidesse di candidarsi anche senza essere nominato dai repubblicani.
Il partito repubblicano e soprattutto i suoi politici di punta si trovano in un dilemma che hanno contribuito ad alimentare. Consapevoli che la base sta con Trump, molti di coloro che avevano preso le distanze dopo l’assalto al Congresso sono poi andati in pellegrinaggio a Mar-a-Lago per assicurarsi un suo appoggio, o perlomeno una non opposizione, in vista delle elezioni di questo novembre. La sua discesa in campo obbliga tutti a porsi la questione dove stare, se con l’ex presidente, se tentare di superare il trumpismo, se cercare un altro volto del trumpismo, per esempio con Ron DeSantis (che ancora non dice se si candiderà o meno alle presidenziali). Sarà difficile trovare un denominatore comune fra una base con riflessi evangelici in perpetua ricerca di un predicatore che prometta la redenzione del paese e le frange più moderate da anni integrate nell’apparato istituzionale americano di cui condividono le regole.
Probabilmente, i democratici non sanno cosa augurarsi: se è meglio affrontare di nuovo Trump, speculando sulla mobilitazione di chi vuole evitare a tutti i costi una sua rielezione (come successo alle elezioni di novembre con la sconfitta di molti trumpiani nella lotta per il Congresso, per i governatorati degli Stati, per la carica di segretario di Stato, che ha la competenza di certificare i voti delle elezioni), oppure un repubblicano più moderato, o un trumpiano meno imprevedibile e dirompente di Trump. Con il secondo scenario rischiano maggiormente di perdere la presidenza. Diversamente, se Trump ottenesse la nomina dei repubblicani e poi perdesse di nuovo l’ipotesi di una nuova insurrezione tornerebbe d’attualità, ma se dovesse essere rieletto a pagarne le conseguenze sarebbe l’intero sistema democratico americano - e ciò avrebbe certo ripercussioni anche sugli equilibri mondiali.