La Natura siamo noi

/ 10.07.2023
di Cesare Poppi

Nella generale complessità – per non dire confusione – del dibattito che informa e forma l’opinione pubblica contemporanea, pochi concetti possono competere in termini di complessità e confusione con quello di Natura. Il tema è particolarmente ghiotto da un punto di vista altropologico perché è uno dei pochi contributi dell’antropologia moderna ad essere filtrato a livello della cultura di massa fino a diventare, ahinoi, luogo comune.

«Natura» e «Cultura» costituiscono i poli dello strutturalismo antropologico di Claude Lévi-Strauss. Nato a Bruxelles nel 1908 e deceduto a Parigi nel 2009, uno dei pilastri dell’antropologia moderna è come lo zucchero: talmente indispensabile e pervasivo nei flussi più remoti della cultura contemporanea che nemmeno più ci premuriamo di citarne il nome – dell’Uno, o la marca – dello Zucchero. C’è, e basta. Nel dibattito su ecologia, cambiamento climatico, energia, sviluppo circolare, gender e tecnologie riproduttive, conservazione, specismo, animalismo – lupi e orsi sì o no – il concetto di Natura fa la funzione del pallone in una partita di calcio destinata a finire zero a zero: tutti lo cercano, tutti lo calciano, il pubblico si innervosisce e nessuno fa gol: cos’è allora Natura?

Lévi-Strauss sosteneva che la coppia Natura-Cultura costituisse l’orizzonte di senso entro il quale si articola «l’essere nel mondo» dell’umanità. Lungo l’asse marcato dai due poli si concretizzano, nel corso della Storia, i percorsi specifici che ciascuna formazione sociale pratica per produrre e riprodurre le condizioni della propria esistenza. Nello specifico, tutto ciò che è universale è «naturale», mentre ciò che è particolare e contingente è «culturale»: per cui, per intenderci, alimentarsi è un fatto naturale, che riguarda l’intera biosfera, laddove l’uso (o meno) di forchetta e coltello è proprio di noialtri in quanto esseri culturali. Vi è però un’eccezione, unica e determinante.

La proibizione dell’incesto è un fatto universale (dunque naturale) regolato però da una varietà impressionante di regolamenti circa i gradi di parentela ammessi e proibiti allo scambio matrimoniale – fino alla definizione dei casi obbligatori per i quali si impone la violazione del tabù (per esempio il matrimonio fra fratelli di certe dinastie faraoniche). Insomma: la proibizione dell’incesto è tanto naturale/universale quanto culturale/specifica. Perché questo doppio gioco? Perché – risponde il Nostro – l’obbligo di rinunciare ad un partner matrimoniale scelto all’interno della famiglia nucleare obbliga a cercarlo al di fuori.

La proibizione dell’incesto è dunque condizione necessaria e sufficiente per la costituzione di una Società, la socialità essendo caratteristica universale della nostra specie. «Noi sposiamo i nostri nemici», mi spiegava candido un anziano nel Nord del Ghana «così non ci ammazziamo».

Questo il quadro analitico che aiuta a comprendere tanto la distinzione Natura/Cultura quanto i suoi confini, col fine di non assolutizzarla. Quanto poi succede all’interno di quei confini per stabilire i territori rispettivi di quanto non è negoziabile poiché inevitabile, primario (Natura) e quanto invece è obbligatorio e sancito proprio perché potenzialmente mutevole (Cultura) è materia specifica della diversità culturale: se l’animale X possa essere messo allo spiedo (così come quel nostro vicino che ha veramente rotto) o se anche gli uomini debbano patire le doglie del parto (vedi l’ormai dimenticata ma molto educativa pratica della couvade, a proposito di gender e tecnologie riproduttive) dipende da fattori, analogie simboliche e necessità pratiche contingenti. Terreno scivoloso e mutevole – e presidiato poiché più le condizioni di esistenza si fanno precarie (allora morbi e carestie, oggi l’Apocalisse del binomio EcoNucleare) più si tende ad irrigidire la griglia di senso Natura/Cultura di cui sopra così come, un tempo, si ricorreva ai sacrifici umani per placare gli Dei inferociti.

Si assiste oggi a un irrigidimento, che equivale a una sclerosi, del concetto stesso di Natura. Da malintese e paternalistiche esotizzazioni di Pachamama, alle improbabili bizzarrie del New Age, agli appelli animalizzanti «Deh, lasciate che la natura faccia il suo corso e (ri)trovi i suoi eterni equilibri!» si leva un coro che vuole ricacciare la Natura «là fuori». Sola, sdegnosa, indipendente e sovrana. Così non è. La Natura siamo noi: onori ed ahimè oneri.