La maledizione del Titanic e il volo di Icaro

/ 26.06.2023
di Carlo Silini

Anni Novanta. Estate. In una foresta californiana viene trovato il cadavere di un uomo che indossa una muta da subacqueo disciolta sulla pelle. Cosa ci facesse un sommozzatore in una foresta rimane un enigma fino a quando non si capisce che, durante lo spegnimento di un incendio boschivo, un aereo preposto alla raccolta d’acqua dal mare, aveva inglobato nella sacca per l’acqua anche l’ignaro subacqueo, poi gettato dal cielo nel bosco in fiamme. Si parlò un po’ impropriamente di un nuovo Icaro, alludendo al mito greco del ragazzo volato via dal labirinto di Creta con due ali di cera legate alla schiena, che però si erano sciolte passando accanto al sole. Perciò, da millenni, quando si dice di qualcuno che ha spiccato il  «volo di Icaro», si sottolinea l’imprudente sopravvalutazione delle sue forze e/o capacità.

È stato un «volo di Icaro» la vicenda del Titan, il sommergibile dell’OceanGate imploso nelle acque dell’Oceano mentre scendeva per scrutare da un oblò i resti arrugginiti del Titanic? Probabile. Lo scafo si era immerso altre volte senza problemi ma, col senno di poi, quel mezzo non era adatto alla fascinosa missione per la quale era stato creato. L’anno scorso David Pogue, divulgatore scientifico della CBS, aveva realizzato un servizio sul mezzo descrivendolo come «una nave sommergibile sperimentale che non è stata approvata o certificata da alcun organismo di regolamentazione e potrebbe provocare lesioni fisiche, disabilità, traumi emotivi o morte». Immaginiamo che i passeggeri (molto ben) paganti non ne sapessero nulla. Si sono fidati del CEO di OceanGate, Stockton Rush, calatosi con loro negli abissi, e Rush si è fidato troppo di se stesso. Alla fine qualcosa è andato storto. Come sulla funivia del Mottarone, il cui schianto, due anni fa, provocò 14 morti e un solo sopravvissuto, il piccolo Eitan.

Confesso il primo pensiero grezzo, dopo la notizia: tanto clamore per cinque ricconi che spariscono sott’acqua e un assordante silenzio per le decine, forse centinaia, di poveracci affogati pochi giorni prima tra le onde dell’Egeo. Ma non vorrei scivolare nella retorica un po’ meschina e incontrollabile che tende a trarre superiori insegnamenti sulle sfortune dei fortunati. Avete sborsato l’indecenza di 250mila dollari per togliervi lo sfizio di sbirciare un illustrissimo relitto? (Pensiero sottinteso: invece di usarli per cause più nobili). Ecco cosa vi è capitato. Si può discutere sui capricci dei ricchi, sullo status symbol rappresentato da certe forme di turismo milionario. E si ha tutto il diritto di dissentire da quel modo di utilizzare il patrimonio. Ma godere delle disgrazie altrui (come fa qualcuno con acidi post sui social), ha il retrogusto della cattiveria, non della giustizia distributiva.

La vicenda del sommergibile raddoppierà l’immaginario nero attorno al Titanic, ingigantendone l’oscura leggenda. Come era successo con la celebre e scientificamente infondata maledizione di Tutankhamon, secondo la quale molti di quanti hanno scoperto nel 1922 il sarcofago del faraone diciottenne sono morti anzitempo. O con il triangolo delle Bermude, dove negli anni sarebbero svaniti nel nulla aerei in volo e navi in navigazione, un mistero messo oggi in seria discussione dagli studiosi. Panna montata sul nulla o fatti abbarbicati alla realtà? Quello che resta è la scossa elettrica del racconto spaventoso, il piacere irrazionale della paura a debita distanza di sicurezza.

Preferiremmo la nascita di nuove leggende felici, come la più bella di tutte in questo convulso esordio estivo: l’incredibile sopravvivenza per 40 giorni di quattro fratellini precipitati con l’aereo nel fitto della giungla colombiana. A volte Icaro ce la può anche fare.