Il nostro viaggio più importante lo abbiamo cominciato circa sessantamila anni or sono, quando l’homo sapiens ha lasciato l’Africa per colonizzare l’intero pianeta. Migrazioni minori sono registrate già molto tempo prima, ma la maggior parte della popolazione mondiale, sostengono i genetisti, ha avuto origine da quel Out of Africa. Siamo tutti africani insomma.
Per parecchio tempo gli uomini restarono in movimento. Bruce Chatwin, il grande viaggiatore inglese, era affascinato da questa alternativa nomade e ne ricercava le sopravvivenze nei suoi ultimi rappresentanti, per esempio gli aborigeni australiani. Strada facendo (letteralmente) si poneva domande decisamente originali: «Perché i popoli nomadi tendono a considerare il mondo come perfetto, mentre i sedentari tentano incessantemente di mutarlo?».
Poi però ci siamo fermati, coltivando i campi, costruendo villaggi e città, fondando Stati. E da allora tutto sommato ci siamo accontentati: invece di spingerci lontano per procurarci tutto il necessario, abbiamo spostato le merci. Per esempio nel Medioevo nessun mercante percorreva per intero gli ottomila chilometri della Via della seta, da Xi’an al Mediterraneo; solo le merci (e le idee e le religioni) passavano di mano in mano incessantemente nei vasti fondaci dei caravanserragli. Ancora oggi del resto, se solo vi guardate intorno, ovunque voi siate, la maggior parte di quel che vedete – il legno dei mobili, i vestiti, il cibo – viene da lontano: noi viaggiamo virtualmente attraverso le merci.
Ma presto, sostiene la giornalista scientifica britannica Gaia Vince nel suo Il secolo nomade. Come sopravvivere al disastro climatico (Bollati Boringhieri), potremmo essere costretti a fare nuovamente le valigie. Infatti nei prossimi cinquant’anni la temperatura media della Terra potrebbe aumentare sino a quattro gradi. Vaste regioni diventerebbero inabitabili a causa di ondate di calore estremo, siccità, incendi, inondazioni: la versione 2.0 dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Parliamo del Sudan o del Bangladesh, ma anche dell’Australia o di vaste regioni dell’America. Oltre tre miliardi di persone (su una popolazione mondiale aumentata nel frattempo a dieci) dovranno lasciare la loro casa per migrare verso il nord del pianeta, in territori un tempo freddi ma ora liberi dai ghiacci, e vivere in nuove città mentre la geoingegneria cerca di far tornare il pianeta alle sue condizioni precedenti.
Secondo Gaia Vince, l’umanità sarà in grado di gestire un cambiamento tanto traumatico grazie a un governo globale e soprattutto grazie a una nuova consapevolezza del comune destino dell’umanità, dalla quale maturi un’inedita cultura dell’accoglienza e della condivisione. Bisogna superare concetti datati quali Patria, nazione e l’idea che un certo territorio ci appartenga di diritto, per far sì che il grande viaggio non sia una fuga disperata, un abisso d’anarchia, ma una migrazione di massa pianificata e ben organizzata.
Richiuso il libro ho avvertito un sincero senso di sgomento. Ho cercato subito di convincermi che fossero posizioni estreme, quasi stravaganti. Ma non è proprio così. Per cominciare Gaia Vince non è l’ultima arrivata. Il suo saggio d’esordio Avventure nell’Antropocene (2014), il racconto di quanto e come l’umanità abbia trasformato questo pianeta, ha vinto il prestigioso Royal Society Winton Prize for Science Books (il primo mai attribuito a una donna).
Eccesso di pessimismo allora? Certo un innalzamento della temperatura media di quattro gradi è uno scenario estremo secondo molti scienziati, ma altrettanto estrema è la nostra ostinazione nelle vecchie abitudini: dal 2006, quando il problema era già evidente, abbiamo rilasciato un terzo delle emissioni di carbonio dell’intera storia dell’umanità.
Parliamo almeno di futuro remoto? Per nulla. Nel 2050 molti di noi saranno ancora vivi; io avrò, a Dio piacendo, ottantasei anni e i miei figli saranno sulla cinquantina. E quel ch’è peggio, la soluzione prospettata da Gaia Vince – un’emigrazione controllata su larghissima scala – appare drammaticamente superiore alle nostre forze intellettuali e sociali: l’ultima volta che ci abbiamo provato, al tramonto dell’impero romano, sappiamo tutti com’è finita. Meglio allora prendere sul serio, qui e ora, la questione climatica, con scelte coraggiose e radicali: per scongiurare quell’ultimo viaggio.