L’odore dei tigli, camminando, si mescola un po’ all’odore di lago una tarda mattina, verso la metà di giugno, al Jardin anglais. Parchetto nato nel 1854 in riva al lago e in faccia all’hotel Métropole, dove si trova, verso l’angolo tra il quai du Général-Guisan e il quai Gustave-Ador, il rustico padiglione nel mirino. Ormai dentro fino al collo nella fase architettura pavillonnaire da parchi e giardini, non posso di certo trascurare questa curiosa opera del 1895 di Jules Allemand (1856-1916). Architetto paesaggista ginevrino tra i più brillanti allievi, a Parigi, del famoso Édouard André e autore, anni dopo, delle rocailles del giardino botanico di Ginevra. Il suo capolavoro però, pare sia La Jaÿsinia: giardino botanico alpino inaugurato, dopo due anni di lavoro svolto da duecento uomini, il due settembre 1906 a Samöens. Località dell’Alta Savoia dove era nata la committente, Marie-Louise Jaÿ, fondatrice, assieme al marito, del grande magazzino La Samaritaine. Artefice anche del giardino alpino del Village Suisse in occasione dell’Esposizione nazionale del 1896 sempre qui a Ginevra: ambaradan alpestre portato a Parigi per l’Esposizione universale del 1900 e grazie al quale, riceve la croce di cavaliere della Legione d’onore.
Uno scappato di casa, dorme, come un sasso, ai piedi della gloriette rustica (376 m) di Ginevra. Ignorata dalle mandrie di turisti dirette all’orologio fiorito – dal 1955 atroce attrazione maggiore del Jardin anglais – attira, di solito, alcuni fulminati di buon gusto. Al suo riparo ora c’è un giovanissimo cannaiolo gentile. Una volta incontrai una signora un po’ sciroccata che credeva ci fosse, sotto la vieille ville, una città segreta tutta d’oro. Da vicino rimango di stucco: non me lo ricordavo così incredibile l’effetto illusionistico del falso legno. Costruito tutto in malta di calce idraulica, con ossatura di ferro, mima alla perfezione rami, tronchi, assi di legno. Di struttura esagonale, ha due spazi vuoti come entrate, mentre quattro lati sono percorsi da parapetti di rami rugosi. La rugosità aumenta nelle sei colonne-tronchi che sostengono il tetto a capanna. Ricordano molto la corteccia delle robinie. L’unica pecca attuale è forse l’asfalto per terra, però c’è una mossa, per godersi il momento, rifugiati qui sotto. Sedersi sul parapetto, come faccio adesso e d’istinto farebbe un bambino ma agli adulti sfugge. Così, con le gambe a penzoloni, lo sguardo riesce a salire sereno sotto il tetto dove sono riprodotte, a meraviglia, oltre alle nodosità e venature delle assi, anche le screpolature. Tra il perimetro sotto il tetto, sottolineato da un tragitto di lunghi rami orizzontali, si esibiscono i ghiribizzi sinuosi dei rami che salgono dai tronchi di sostegno. Il primo flash associativo sono serpenti amazzonici. L’haschischin in erba è convinto che il pavillon sia in legno sul serio.
Tutto intorno, il paesaggio, è incorniciato da sei riquadri prodotti da questo folle gazebo rusticale in simil-legno. Un filo di lago con il jet d’eau, cielo azzurro screziato di nuvole con tratti, in lontananza, più minacciosi grigio-nubifragio, verdino prato, verde misto di fronde varie. Come per esempio quelle della Zelkova serrata conosciuta anche come olmo giapponese o quelle dei carpini, cipressi di Nootka, tuia orientale, cedro rosso del Pacifico, tigli, querce, un tulipifero. Il rusticage, appare, dicono, per la prima volta nel 1867: i parapetti dei ponti e altro ancora del parc des Buttes-Chaumont a Parigi, realizzato tra l’altro anche per merito del maestro di Allemand. Aristide Cormier potrebbe essere, invece, uno degli aiutanti di Allemand per questo pavillon rustique: il tetto in pseudopaglia, l’apice della rusticalità, è quasi identico a come appare sui biglietti da visita che reclamizzavano il lavoro di questo rocailleur sconosciuto con atelier in rue Voltaire nove. Mentre il grande precursore inatteso del rusticaggio, spuntato per caso nelle mie ricerche a proposito di tutt’altro, è forse il Bramante: i fusti di quattro colonne del portico della basilica di Sant’Ambrogio, a Milano, riproducono dei tronchi d’albero potati. Lo scappato di casa, davanti la gloriette restaurata come si deve nella primavera del 2009, tra rocailles dimenticate dove un tempo scrosciava una cascatella, si lamenta, sbiascicando, del bidone che gli hanno tirato i rosacrociani.