C’è una domanda che mi pongo ogni qualvolta vedo immagini di migranti che sfidano il mare e il deserto e che finora è rimasta senza risposta: che cosa spinge un essere umano a lasciare il proprio paese esponendosi al rischio di essere derubato, violentato, ucciso, nel tentativo di trovare una vita migliore altrove? Mi chiedo inoltre se farei altrettanto anch’io, trovandomi nelle stesse condizioni.
Ho posto le stesse domande durante il dibattito seguito alla proiezione del film Walls dei registi spagnoli Pablo Iraburu e Migueltxo Molina al cinema Corso, nell’ambito del Festival del film sui diritti umani di Lugano, e ho trovato una risposta convincente nelle parole di una giovane statunitense, figlia di esuli cubani: «Lo faresti anche tu. Perché quando vivi in un Paese in cui non ti è possibile scegliere né decidere nulla, affrontare il rischio di morire in cambio di una vita migliore diventa la tua sola scelta possibile, ma soprattutto è una scelta tua, torni ad essere padrone del tuo destino». Un modo drammatico, a volte tragico, di affermare la propria dignità umana.
L’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl commentò la fuga dei cugini tedesco-orientali attraverso l’Ungheria che fece da prologo al crollo del Muro di Berlino nel 1989 con queste parole: «votano con i piedi». Questa fuga dalla miseria del sud del mondo e da paesi in guerra, prima ancora di essere letta come una minaccia per la nostra sicurezza (non solo economica), andrebbe intesa nello stesso senso: come un planetario grido di protesta contro le ingiustizie, le repressioni, le disparità, la corruzione, le dittature che schiacciano ancora gran parte dell’umanità – condizioni di cui noi in Occidente non ci rendiamo sufficientemente conto. E un simile straziante urlo, che si accompagna alle sofferenze che queste persone devono subire sia a casa sia cercando di fuggire, dovrebbe rappresentare prima di tutto un invito a noi a non accettare che il mondo vada come va.
«Saremo un giorno come tutti gli altri?» si chiede nel film Walls un gruppetto di africani che sopravvive alla bell’e meglio nei boschi, tentando di raggiungere l’enclave spagnola di Melilla in Marocco, (un film in cui sono narrate le vicissitudini di migranti che cercano di superare i muri fra gli Stati Uniti e il Messico, fra il Marocco e Melilla, fra lo Zimbabwe e il Sudafrica). Si sottintende: saremo mai considerati umani come tutti gli altri? È una domanda che dovremmo tenere a mente quando guardiamo alla massa di migranti che si accalca alle frontiere dell’Occidente. Ci aiuterebbe a recuperare la dimensione umana del problema che così spesso viene dimenticata, con la mente accecata dalle nostre paure.
È chiaro che la soluzione non è aprire le porte a tutti, gli squilibri che creano le migrazioni di massa sono innegabili, come ha ricordato una magistrata presente al dibattito c’è anche un problema di sicurezza, di criminalità – e gli attentati compiuti da islamisti camuffati da profughi in Europa sono solo un esempio. Non può neppure essere considerato un diritto umano una «libera circolazione dei migranti». La soluzione, l’unica vera soluzione, è di creare le condizioni affinché queste persone non debbano fuggire da dittature e miserie. Questo è un compito della politica, dei potenti del mondo. Noi però possiamo contribuire abbattendo i muri che stanno nelle nostre menti . Il Festival del film sui diritti umani di Lugano, giunto alla terza edizione e conclusosi domenica, è un contributo in tal senso. Mettendo l’accento sulla partecipazione di scolari e studenti getta un seme che in futuro potrà portare altri frutti rispetto a quelli di un populismo dilagante.