Ha senso stabilire una relazione tra il fondatore del Credito Svizzero (CS) nonché «padre» della Svizzera moderna, Alfred Escher, e i dirigenti della banca inghiottita dall’UBS per salvare il sistema creditizio elvetico? Raffronto forse audace ma non peregrino, visto che molti commentatori non hanno esitato a scomodare la categoria «avidità» per qualificare i comportamenti dei vertici del CS negli ultimi anni. Oggi l’avidità è perlopiù stigmatizzata come sentimento amorale (uno dei sette peccati capitali per la religione cattolica). Nel secolo di Escher, l’Ottocento, era invece esaltata come antidoto all’accidia e come tale elevata a virtù dagli appartenenti alle élites protestanti urbane.
Il caso di Escher, lo «zar di Zurigo», è esemplare. Rampollo di una famiglia cospicua, un padre (Heinrich) attivo nelle piantagioni di cotone negli Stati Uniti e in diverse attività commerciali, il giovane Escher crebbe in una sorta di gabbia dorata nella villa Belvoir per poi intraprendere una carriera negli studi accademici (giurisprudenza), nella politica (a Zurigo e a Berna) e nella finanza. Le sue iniziative in campo bancario, assicurativo, formativo (fu tra i promotori del Politecnico federale) furono innumerevoli, con una predilezione per il nuovo sistema dei trasporti che si stava rapidamente ramificando in tutta Europa: la ferrovia. Allora lo Stato federale non aveva i mezzi né per promuovere e gestire la rete, né per finanziarla. L’impulso provenne dalle banche private, soprattutto francesi (il Crédit mobilier dei fratelli Pereira) e tedesche. Ma Escher intuì che non era nell’interesse del Paese consegnarsi nelle mani di uomini d’affari esteri. Comprese pure che occorreva mettere insieme un «sistema» in cui confluissero capitali, spirito imprenditoriale, discipline politecniche, senso dell’organizzazione. Tutto questo è documentato nel ricco epistolario raccolto e annotato dal suo maggior studioso, Joseph Jung (sua la biografia di riferimento, disponibile anche in italiano – in una versione ridotta – nelle edizioni Dadò).
Si è detto che alla Svizzera odierna manchi una figura alla Escher: un capitano d’industria coraggioso, aperto alle innovazioni e alla ricerca, capace di captare i segnali provenienti dalle grandi scuole e dalle aziende più prestigiose. Forse sì, ma sarebbe comunque un’operazione nostalgica, nulla più di un auspicio. Infatti le facce di Escher furono numerose e non tutte commendevoli. All’innegabile dinamismo accoppiò un carattere irruente, fatto di spregiudicatezza, arroganza e sordità nei confronti delle rivendicazioni che salivano dal nascente movimento operaio. Prima che la città di Zurigo dedicasse al suo illustre concittadino il monumento che tuttora troneggia di fronte alla stazione principale, Vincenzo Vela aveva voluto rendere omaggio spontaneamente alle decine di operai periti come mosche nelle viscere del San Gottardo. Solo che la statua scolpita da Richard Kissling fu scoperta nel 1889, mentre le vittime del lavoro di Vela rimasero senza una collocazione precisa fino al 1932.
Escher crebbe in una famiglia ricca e nel contesto di un capitalismo manchesteriano, uno spazio d’azione ideale per chi sapeva sfruttare le opportunità del libero mercato. Lo Stato federale, ancora debole e comunque dominato dal Freisinn liberale, concedeva ampi margini di manovra, anche perché l’opposizione cattolica era stata sospinta ai margini dopo la guerra civile del Sonderbund. In quel clima generale di laissez faire, personaggi come Escher poterono spadroneggiare senza curarsi troppo delle conseguenze e dei rovesci di fortuna. Che comunque si abbatterono anche sulla sua persona e sulle sue imprese ferroviarie: a metà degli anni Settanta dell’Ottocento la Compagnia del Gottardo sarebbe fallita se gli Stati interessati (Svizzera, Italia e Germania) non l’avessero salvata con l’immissione di capitali freschi. Paralleli tra quell’epoca e la nostra sono senz’altri possibili, ma fin ad un certo punto. Quel contesto – impregnato di un atteggiamento che lo storico inglese Donald Sassoon ha qualificato come «ansioso» – non è certo equiparabile a quello attuale: salvo che in un settore, quello finanziario globale, cresciuto a dismisura e ormai svincolato dall’economia reale e da ogni remora di natura etica.
La finanza alla prova dell’etica
/ 08.05.2023
di Orazio Martinetti
di Orazio Martinetti