In concomitanza con la recente ricorrenza dell’ottantesimo compleanno di Mick Jagger, il web è stato invaso da un filmato quantomeno eloquente – un montaggio eseguito a regola d’arte, che mostra un estratto da un programma televisivo degli anni Settanta, in cui al frontman dei Rolling Stones viene domandato se riesca a immaginare di calcare il palco da sessantenne («magari sostenendosi con un bastone»). E mentre la star risponde affermativamente (e senza alcuna esitazione), viene accostato a questo reperto video un clip tratto da un recente concerto degli Stones, in cui vediamo l’ormai ottantenne Mick dimenarsi come un ossesso, saltando qua e là alla stregua di una cavalletta, senza mostrare il minimo segno di fatica; come a voler smentire chiunque ritenga quello della rockstar un mestiere riservato ai giovani.
A questo punto, diviene difficile non tentare un confronto inevitabile quanto impietoso con le capacità delle rockstar di oggi – nate a svariate generazioni di distanza da quella magica stagione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, i cui maggiori esponenti superstiti (dagli ex Beatles agli Who) ancora adesso si producono in esibizioni spesso notevolissime. Certo, in molti sarebbero inclini a sminuire l’entusiasmo per questi exploit ottuagenari attribuendolo al noto effetto nostalgia, il quale inevitabilmente porta gli ascoltatori più stagionati a rimpiangere gli «animali da palcoscenico» della propria giovinezza; eppure, è difficile negare l’evidenza – ovvero, il fatto che oggi la cultura della performance pop-rock è mutata radicalmente, così come la concezione del ruolo stesso di frontman e le aspettative che il pubblico intrattiene al riguardo.
Così, ciò che gli anglosassoni chiamano stamina («energia») sembra non essere più alla base della performance rock; e questo, inevitabilmente, si riflette anche sul concetto stesso di esibizione live, divenuta ormai più simile a uno showcase intellettuale delle intenzioni del cantante, piuttosto che a una strenua maratona volta a valorizzarne le abilità e doti performative. Del resto, è innegabile come, al giorno d’oggi, sia difficile assistere al concerto di un performer cosiddetto giovane (ovvero, sotto i 50/60 anni) che si dimostri in grado di «reggere il palco» per più di un’ora filata senza cominciare ad annaspare; e questo, purtroppo, poco ha a che vedere con il valore artistico o la potenza vocale.
Finiti sembrano i tempi in cui il vulcanico Freddie Mercury guidava i Queen in poderose cavalcate rock da quasi tre ore in stadi ricolmi di gente, o Michael Hutchence e i suoi INXS inanellavano una ventina di canzoni semplicemente impeccabili senza quasi versare una sola goccia di sudore: quella che oggi viene a mancare è proprio la cosiddetta «cultura del palco», ovvero la capacità di gestire lo spettacolo dal vivo con l’energia, carisma e assertività che una vera star dovrebbe sempre mostrare, indipendentemente dal genere musicale di riferimento.
Infatti, sebbene il rock puro (o «da stadio») possa definirsi come più adatto a un contesto live «intenso», qualsiasi tipo di artista dovrebbe sempre tenere a mente il vero obiettivo di ogni performer – vale a dire, quello di suscitare meraviglia nel pubblico; e sebbene sia difficile identificare la motivazione precisa di un simile cambiamento di rotta, molti ritengono che la causa sia da ricercarsi nelle pretese del mercato discografico, oggigiorno molto più incentrate sull’immediatezza dei risultati (ad esempio, l’ottenere un primo posto in classifica con un tormentone estivo) e sulle apparenze che non sulla sostanza. In altre parole, le pretese dei fan si sono fatte più sfuggenti, e il pubblico stesso è, per certi versi, più passivo e meno esigente di un tempo.
Qualunque sia il motivo, un dubbio permane: aver relegato l’eccellenza live a un trascurabile dettaglio secondario potrebbe rappresentare il segnale d’allarme di una tendenza più pericolosa – una superficialità che, nell’epoca degli influencer miliardari e delle finte «icone di stile» del discutibile sito web OnlyFans, tende a considerare la mera appariscenza un attributo sufficiente a garantire la fama, confondendola implicitamente (e ingenuamente) con l’eccellenza artistica.