Quando la morte di una ragazza di 22 anni scatena proteste in tutto un paese, vuol dire che il vaso della sopportazione è traboccato. La goccia è stata Mahsa «Zina» Amini, arrestata a Teheran il 13 settembre dalla polizia religiosa iraniana per non aver portato correttamente il velo e restituita morta alla famiglia tre giorni dopo, secondo la polizia a causa di un arresto cardiaco, secondo fotografie e testimonianze con ferite e contusioni alla testa. Da allora, quasi ogni giorno, spesso la sera, la Persia si infiamma e scandisce frasi inaudite come «morte a Khamenei», il leader supremo, «Donne, Vita, Libertà» (storico slogan delle donne combattenti curde, e pronunciato in curdo), mentre un famoso canto dell’opposizione «difenderò mio fratello» si trasforma in «difenderò mia sorella». In decine e decine di città bruciano uffici del potere statale, vengono assaltate stazioni di polizia, protestano e vengono arrestati persino gli studenti delle università d’élite, si strappano gigantografie degli ayatollah Khomeiny e Khamenei, ossia il padre della rivoluzione del 1979 contro lo shah Reza Palevi e il suo successore molto meno carismatico ma altrettanto intransigente. Lo Stato risponde con brutalità. Sui dimostranti la polizia spara ad altezza uomo. Quanti sono i morti? Almeno 200, i feriti e gli arrestati a migliaia, secondo le ong per la difesa dei diritti umani. Ma le proteste continuano e si allargano, pur senza un movimento che le guidi.
L’Iran ha conosciuto anche in passato vaste proteste contro il regime degli ayatollah, nel 2009, nel 2017 e nel 2019, ma questa volta c’è un’intensità e un carattere diverso. Non si protesta contro i brogli elettorali o perché l’economia va male e la popolazione impoverisce, ma per affermare una libertà dell’individuo troppo a lungo repressa: la giovane generazione non accetta e non sopporta più i rigidi precetti morali. Se uno hijab portato male può costarti la vita, noi non ci stiamo più, nessuno deve dettarci come vestire, è la loro reazione. Il rogo dei veli manifesta la rabbia popolare, ma a volte viene accompagnato da una danza che lascia trasparire una gioia liberatrice, entrambi segni potenti che la società iraniana è cambiata e che il regime degli ayatollah è distante anni luce dalla realtà. Dalla sua parte ha una base politica che si assottiglia e la forza brutale delle sue milizie e della polizia.
Senza dubbio, il ruolo di primo piano lo hanno assunto le donne. Levandosi il velo sfidano il regime sul piano più alto. Perché l’obbligo di portarlo rappresenta per gli ayatollah il controllo morale e politico, sulla donna e sull’identità nazionale. Nel 1936 lo shah Reza Palevi, padre dell’omonimo figlio deposto nel 1979, impose il divieto di portare il velo, come simbolo dell’occidentalizzazione del paese. Dovette rinunciarvi presto. Poi nel 1980, sfruttando un impeto nazionalistico che rafforzò il regime in seguito all’invasione dell’iracheno Saddam Hussein, Khomeiny lo impose a tutte le donne, cementando l’autorità morale e politica della teocrazia sciita. Nel 2022 le ragazze iraniane rispondono alla Storia levando e bruciando il velo, tagliandosi i capelli in un gesto sarcastico e provocatorio verso il regime (avete paura dei nostri capelli? Eccoveli!). Non sono sole, li appoggiano i loro genitori, ma vieppiù anche persone che in passato non protestavano contro il regime, disgustate dalle uccisioni, dalle violenze, dagli arresti di quella che dovrebbe essere la generazione del futuro del paese. Ora entrano in sciopero anche gli operai del vitale settore petrolifero e i commercianti dei bazar (una combinazione che accelerò a suo tempo la caduta dello shah).
Dopo le brutali repressioni degli ultimi 13 anni, i movimenti dell’opposizione, quelli sindacali e studenteschi sono stati annientati, manca dunque una qualsiasi cerniera e mediazione possibile fra società civile e il potere statale. Resta spazio solo per la protesta spontanea, dei giovani e di chiunque condivida la loro disperazione. Le proteste continuano, nonostante la sanguinosa repressione, perché le persone non hanno più nulla da perdere se non la propria dignità. Khamenei e accoliti dichiarano che le proteste sono sobillate dai nemici esterni, dall’America, come pappagalli ciechi che ripetono le poche parole che hanno imparato a memoria prima di perdere la vista sulla realtà delle cose.