All’apparenza sono giorni sereni per Giorgia Meloni. Settimana scorsa ha ricevuto a Roma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e i Lancieri di Montebello, lo storico corpo militare legato al cerimoniale di Palazzo Chigi, per la prima volta nella storia hanno reso gli onori a due donne. La presidente del Consiglio è anche andata in visita da Papa Francesco portando con sé il compagno, la figlia e alcuni collaboratori. Un incontro cordiale, senz’altro importante. Meloni gli ha dedicato un tweet: «Oggi in udienza da Sua Santità in Vaticano. Un onore e una forte emozione avere l’opportunità di dialogare con il Santo Padre sulle grandi questioni del nostro tempo». Pare che Francesco abbia una certa simpatia personale per la giovane premier italiana, qualcuno ha anche evocato la sua gioventù peronista. Eppure la situazione per il Governo di Roma non è facile. I prezzi continuano a salire, in particolare quelli della benzina e del diesel, dopo che l’Esecutivo ha dovuto rinunciare al taglio alle accise imposto da Mario Draghi. Motivo: costava troppo, quasi un miliardo di euro al mese, e il bilancio dello Stato non lo permette. Ma le accise – cioè le imposte – sulla benzina sono un testatico che grava all’apparenza allo stesso modo su ricchi e poveri, ma danneggia soprattutto i ceti popolari, gli artigiani, le partite Iva, i piccoli e piccolissimi imprenditori che sono poi lo zoccolo duro, la riserva elettorale del centrodestra italiano. Una reazione negativa potrebbe non farsi attendere.
Per il momento il consenso di Giorgia Meloni è intatto, anzi tende a crescere. Nei sondaggi Fratelli d’Italia ha superato il 30%, mentre il Partito democratico, impegnato a discutere di sé stesso e delle primarie, è precipitato sotto il 15%, superato dai Cinque Stelle. Il 12 febbraio si vota nelle due Regioni più importanti del Paese, la Lombardia e il Lazio, e Fratelli d’Italia si confermerà in entrambe il primo partito. Ma mentre il governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana è pressoché certo di essere rieletto, a meno di clamorose sorprese, nel Lazio il candidato di Fratelli d’Italia Francesco Rocca ha qualche difficoltà in più, compreso un fratello che lo critica in pubblico, rinfacciandogli una condanna giovanile per droga.
Tuttavia non è dal fronte elettorale che vengono le preoccupazioni per il Governo, bensì da quello europeo. La Banca centrale di Francoforte sta alzando i tassi, la governatrice Christine Lagarde ha annunciato che ridurrà l’acquisto dei titolo di Stato dei Paesi membri, a cominciare dal più indebitato: l’Italia. Questo per Meloni è un grosso guaio perché significa che lo Stato dovrà pagare di più per finanziarsi e che i cittadini con un mutuo a tasso variabile subiranno un salasso. Insomma le prospettive economiche non sono affatto esaltanti. Non è in discussione la popolarità personale della premier. È il futuro del Paese a destare preoccupazioni. Troppi dossier scottanti: la compagnia di bandiera Ita Airways potrebbe finire a Lufthansa; la battaglia di Tim e quindi delle telecomunicazioni è aperta; i francesi ormai comandano in Generali; i tavoli di crisi industriali si moltiplicano. L’Italia ha bisogno dell’Europa su ogni fronte, ad esempio per la gestione degli sbarchi dei migranti a Lampedusa. Si comincia a capire che il sovranismo è un lusso che l’Italia non si può permettere; anche perché troverà sempre Paesi più sovranisti di lei. Come la Svezia, dove ha vinto la destra nazionalista.
Se l’economia non è messa bene, qualche tensione c’è anche sul fronte politico. Silvio Berlusconi comincia finalmente a porsi la questione della propria eredità politica. Dal canto suo, il leader della Lega Matteo Salvini è in grande difficoltà. Non a caso i due hanno proposto un partito unico del centrodestra, proprio per dissimulare la loro debolezza. Meloni però non ci pensa, almeno per il momento; prima vuole capitalizzare la propria popolarità nelle elezioni europee del 2024, dove conta di cogliere un risultato storico. Al voto per l’Europarlamento però mancano 17 mesi, un tempo in cui può ancora succedere di tutto. Nel frattempo la pessima figura rimediata in Brasile dall’ex presidente Jair Bolsonaro – sostenuto da Steve Bannon, già accolto in passato con tutti gli onori alla festa di Fratelli d’Italia – fa il pari con le difficoltà di Trump. Insomma, i punti di riferimento stranieri della destra radicale vengono meno. Tutto induce Meloni a un comportamento prudente, al dialogo con i partner europei, alla presa di distanza dall’Ungheria di Orban, alla fedeltà atlantica, a cominciare dal banco di prova più importante: la guerra in Ucraina.