Di cosa dovremmo (pre)occuparci, noi che di viaggi viviamo e scriviamo? Qual è il problema principale in questa nervosa e interminabile fase di transizione verso un futuro incerto? Un possibile ritorno dell’epidemia, direte voi. Per quanto possa sembrare strano, non è lo scenario più temuto. Dopo tutto simili eventi non capitano tutti gli anni (anche se comunque più spesso di quanto crediamo) e, al bisogno, l’esperienza accumulata di recente aiuterà.
La crisi economica allora? Ovviamente fa paura. Veniamo da tempi difficili, ma il turismo è anche flessibile, adattabile, resiliente; un termine abusato ma efficace. Il turismo si piega ma non si spezza ed è già ripartito, come ha mostrato l’anno scorso e ancor più farà la prossima estate. Nel 2023 infatti si dovrebbe tornare poco sotto ai livelli del 2019, ovvero prima della pandemia, quando si parlava di iperturismo per sottolineare una congiuntura particolarmente dinamica. E comunque ben trentaquattro Paesi hanno già superato i livelli del 2019. Certo questo nostro è ancora un turismo di prossimità, con viaggi e soggiorni brevi; il turismo d’affari e quello internazionale su lunghe distanze hanno ritmi di recupero più lenti, ma non meno sicuri. Semmai, prima ancora dei mancati guadagni degli ultimi anni – che pure hanno causato qualche fallimento e assottigliato le risorse – pesa la perdita di capitale umano (anche per scarsa lungimiranza) in favore di altre professioni. Solo nel turismo il Covid ha causato la cancellazione di settanta milioni di posti di lavoro (su oltre trecentotrenta) e nuovi addetti non si formano dall’oggi al domani; se ne avverte acutamente la mancanza ora che la domanda è esplosa, dopo anni di forzata immobilità.
Infine, molti pensano che il vero problema sia la questione ambientale, anche perché, sino a quando non saranno disponibili nuove tecnologie a basso impatto nei trasporti e nell’ospitalità, nuove e più stringenti regole potrebbero ostacolare la ripresa del turismo.
Riflettevo su tutti questi scenari, e ancor più sulle loro diverse combinazioni, di fronte al flusso di notizie e alle aspettative sulla ripartenza del turismo cinese. Tra il 2010 e il 2020 il turismo internazionale è stato trainato dai cinesi, che da soli hanno rappresentato il 10% degli arrivi e il 18% della spesa. La Cina ha superato la Germania prima e gli Stati Uniti poi, diventando il leader mondiale.
Come dimenticare inoltre che l’epidemia è cominciata proprio lì. Per quasi tre anni il governo ha adottato una politica sanitaria molto rigida, con test continui e restrizioni della mobilità. Per tutto questo tempo le frontiere sono rimaste chiuse e anche nel 2022, quando tutto il mondo si è messo in movimento, i cinesi sono rimasti ancora alla finestra. Ma nonostante le profonde radici della disciplina e del controllo sociale nella loro cultura, all’inizio di quest’anno anche il governo ha dovuto allentare la presa. Da gennaio i cittadini cinesi possono nuovamente viaggiare e naturalmente hanno puntato dapprima verso altre regioni del loro immenso Paese, poi verso l’Asia, Thailandia in testa: a inizio maggio, durante i cinque giorni di vacanza della Festa del lavoro (o Settimana d’oro), oltre settecentomila turisti cinesi affollavano il grande palazzo reale e i centri commerciali di Bangkok o le spiagge di Pattaya. Anche a Parigi (e in Svizzera!) sono attesi con ansia: prima del Covid i turisti cinesi rappresentavano solo il 3% dei soggiorni nella capitale francese ma acquistavano il 7% dei prodotti, sino a un terzo del totale all’aeroporto di Parigi o nei negozi di lusso, soppiantando in questo ruolo gli americani.
Ma non è facile rimettere in moto la macchina e superare diverse rigidità nella filiera, a cominciare dall’offerta delle compagnie aeree cinesi, colte di sorpresa dalla nuova domanda: anche qui manca personale, licenziato in massa durante la pandemia, il numero di collegamenti internazionali rimane basso a fronte di tariffe elevate e il divieto di sorvolare la Russia complica inutilmente le rotte.
Nonostante il suo retroterra di millenaria saggezza, anche la Cina insomma deve misurarsi con la complessità del tempo presente. «Grande è la confusione sotto il cielo» affermava del resto il «grande timoniere» Mao, per poi concludere: «Quindi la situazione è eccellente!».