Il gazebo di Winterthur

/ 22.05.2023
di Oliver Scharpf

Architettura in disparte, malinconica, marginale, quella dei gazebo nei parchi mi è sempre stata affine. Inosservato troppo spesso da molti, mi è rimasto impresso, le due o tre volte che ho avuto l’occasione di conoscerlo, un gazebo in ghisa tra vecchi alberi di un parco, quasi a bordo della strada. Risalente al 1883, lo ritrovo ora con lo sguardo, passeggiando di primo pomeriggio in pieno maggio. Periodo ideale: il gazebo (444 m) di Winterthur, tra il verderame e il verdemare, s’intona così al verde arboreo giunto, in questi giorni, al massimo. Confondendosi quasi, tra le foglioline degli incredibili rami del frassino ultracentenario vicino o le fronde maestose del tiglio alle sue spalle. Senza volerlo, è pure il momento giusto, visto l’aria temporalesca, per questo chioschetto, di seguire la sua vera vocazione: essere riparo fortuito per temporali.

Rapito dai ghirigori floreali in ghisa, trovo anche, tra i fregi sul cornicione di questa graziosa gloriette ottagonale, degli uccellini forgiati, a cavallo di una specie di zucchina Jugendstil e due Tritoni barbuti che tengono lo stemma della Svizzera. Attribuibile all’estroso duo di architetti Alfred Chiodera (1850-1916) e Theophil Tschudi (1847-1911), incontrato già per via di Villa Patumbah, questo padiglione propizio al riposo, poesia, contemplazione, ricapitolazione della propria vita, sguardo rinnovato sul mondo eccetera, è spuntato in occasione della prima esposizione nazionale al Platzspitz di Zurigo. Nel 1885, dopo due anni, parte in direzione del giardino della villa del proprietario del birrificio Haldengut sorto nel 1843 qui a Winterthur, Johann Georg Schoellhorn (1837-1890): occhio spiritato e un po’ da pesce lesso, baffo spiovente alla Pablo Escobar. Il tetto, a cupola, coronato da un curioso motivo vegetale tipo fava di cacao gigante, è in similcoppi a coda di castoro, muschiato al punto giusto, in sintonia così con la corteccia del frassino. Salgo due dei tre gradini, sempre in ghisa, bucherellati a losanghe, tra le quali sbuca l’edera. Sul quarto gradino si legge invece qualcosa a proposito dell’acciaieria Von Roll di Solothurn.

Dal numero ventisette della Lindenstrasse, dove c’era il giardino della villa del birraiolo originario del Baden-Württemberg, il gazebo, nel 1975, si sposta poi qui, in un angolo del Lindengutpark. Mi siedo su uno dei cinque segmenti di panca in legno e assaporo subito il paesaggio incorniciato tra le otto colonne. Peccato solo che le macchine lungo la General Guisan Strasse impediscano di sentire il fischio del merlo indiano e altri versi esotici, tra i quali quello del fagiano dorato o il pavone-fagiano di Palawan, nella non lontana voliera. Il traffico però non riesce a contrastare il suono tranquillizzante della pioggia, a dirotto, appena incominciata. La pioggia amplifica anche l’odore degli alberi in fiore, fiori, aglio orsino fiorito. La scelta degli alberi bicentenari, come credo il tiglio e il frassino, è dovuta al botanico ed entomologo Joseph Philippe de Claireville, autore del Manuel d’herborisation en Suisse et en Valais (1811).

Simile a un chioschetto della musica ma troppo piccolo per esserlo davvero, se non per un suonatore di sax e un pugno di spettatori, questo gazebo erratico è il posto perfetto per mangiare torte, di pomeriggio, verso metà maggio. Come per esempio una tartelletta ai lamponi presa prima da Vollenweider, pasticceria citata tempo fa per la torta-giraffa provata durante il minireportage sulla fontana di Judd. Sopra una base di biscotto sablé bretone, una collinetta di crema ganache al cioccolato bianco, accoglie i lamponi. Su di giri, dopo aver divorato a morsi la sognante tartelletta, balzo in piedi per perlustrare di nuovo, in cerca di altri dettagli, il centotrentenne gazebo. Tralasciando le scritte giovanili a carattere sessuale sulla panchina, trovo scritto su una targhetta discreta, fuori in un angolo, tra le motivazioni dell’Emch Preis (un premio cittadino il cui nome è legato a una fabbrica storica di lift) 1975, la parola Verschönerung, abbellimento. In netto contrasto con l’abbruttimento odierno di molte città.

Da non sottovalutare l’importanza degli scalini: imprimono ai passi la sensazione come di salire in una specie di tempietto. In controluce, ora, l’ortaggio ornamentale sul quale sono a bordo gli uccellini decorativi, potrebbe anche essere un cetriolo.