Il Festival di Sanremo: lo specchio dell’Italia

/ 13.02.2023
di Aldo Cazzullo

In Italia si sostiene che il Festival di Sanremo sia lo specchio del Paese. È abbastanza vero. Sanremo nasce prima della Tv ed ebbe fin dall’inizio un ruolo importante nell’unificazione linguistica e culturale nazionale (qualcuno dice nell’omologazione). Le prime due edizioni sono dominate da Nilla Pizzi. Figlia di contadini bolognesi, cresciuta in una sartoria, durante la guerra ha cantato per le truppe. Ha lasciato il marito, che si chiama Pizzi come lei, per legarsi al maestro Cinico Angelini, il direttore dell’orchestra più acclamata. Nel 1951 Nilla vince Sanremo con Grazie dei fiori, che venderà 36 mila dischi – un record – e arriva pure seconda con La luna si veste d’argento, cantata con Achille Togliani. Nel 1952 è addirittura prima, seconda e terza, con Vola colomba, Papaveri e papere e Una donna prega.

«Inginocchiata a San Giusto, prega con animo mesto, fa che il mio amore torni, ma torni presto», canta Nilla Pizzi. San Giusto è il patrono di Trieste, allora ancora occupata dagli angloamericani e rivendicata dagli jugoslavi; e l’amore che doveva tornare presto era l’Italia. Ma l’anno dopo, nel 1953, la patriota Pizzi è battuta da Flo Sandon’s, in realtà Mammòla Sandon, che porta in coppia con Carla Boni un pezzo dallo stile più moderno, Viale d’autunno. Sandon è già una diva: sua la voce con cui Silvana Mangano canta «Non dimenticar» nel film Anna. Suo marito è il pioniere dello swing, Natalino Otto, che si chiama in realtà Codignotto e ha lanciato Mamma voglio anch’io la fidanzata, la canzone più popolare tra i militari di leva. In un locale di Cremona, il maestro Otto e Sandon scopriranno una voce unica, quella di Mina. E negli anni successivi, oltre appunto a Mina, andranno a Sanremo Milva, Vanoni, Orietta Berti (ma non l’hanno mai vinto) e poi Gigliola Cinquetti, Nada, Claudia Mori, Alice, fino a Giorgia, Anna Oxa, Elisa: la storia della musica italiana.

Nel 1958 gli anni duri del dopoguerra e della ricostruzione sono finiti. Comincia il miracolo economico, il boom, che trova a Sanremo la sua colonna sonora: Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno, più noto come Volare. Nel 1964 vince Gigliola Cinquetti con una canzone rassicurante fin dal titolo, Non ho l’età. Molti scrivono alla «candida Gigliola» sovrapponendo «di sovente l’esile figura della cantante bambina alla Madonna», ma anche a Lucia dei Promessi sposi. Una ragazza di Novara spiega di identificarsi in lei e di essere «un tipo un po’ all’antica, che non indosserebbe mai una minigonna e non si innamorerebbe mai di un capellone». Una tredicenne di Nuoro si raccomanda di «non fare come Rita Paone (sic!) e Mina». Un anziano signore di Roma celebra la sua vittoria «contro la degenerazione dell’arte musicale e canora imperante in questo avvilente dopoguerra» e contro le «molteplici aberrazioni dell’odierna squinternata gioventù». Ma ancora più significativa la lettera di Lena da Boves, provincia di Cuneo, che apprezza la grazia di Gigliola e la sua «buona educazione», «cose molto rare in questi tempi di dinamismo».

Negli anni Settanta, quelli della politica di strada e di piazza, Sanremo si eclissa, si riduce a una sola serata, il sabato, quasi sempre condotta da Mike Bongiorno, che la Rai trasmette malvolentieri, quasi di soppiatto. Il grande ritorno è del 1978, che nel mondo è l’anno di Grease con John Travolta e Olivia Newton John, e in Italia è l’anno dei Matia Bazar, che vincono davanti a una strepitosa Anna Oxa sedicenne che canta vestita da uomo Un’emozione da poco, e davanti a Rino Gaetano. Gli Anni Ottanta sono quelli di Vasco Rossi e Zucchero, che magari arrivano ultimi ma poi diventano miti internazionali. Nel 2011 l’arrivo di Roberto Benigni a cavallo e il suo monologo cambiarono la percezione dei 150 anni dell’unità d’Italia, e la vittoria di un cantautore di sinistra come Roberto Vecchioni, con una canzone antiberlusconiana, segnalò che l’era del Cavaliere stava per terminare (la caduta giunse nel novembre dello stesso anno).

Anche l’edizione del 2023 è stata a suo modo un’edizione «politica». Sergio Mattarella è stato il primo presidente della Repubblica ad apparire in platea nella Città dei fiori, per applaudire il monologo ancora di Benigni in difesa della Costituzione repubblicana. Il modo meno ideologico possibile per ricordare che l’Italia ripudia la guerra e quindi in questo momento è al fianco dell’Ucraina aggredita contro l’aggressore russo; e che la libertà d’espressione, conculcata dal fascismo, è sacra.