Il cancelliere tedesco Olaf Scholz è arrivato in Cina con un gruppo di imprenditori per la prima visita ufficiale dopo gli anni del Covid e dopo che l’invasione di Vladimir Putin dell’Ucraina ha costretto l’Occidente a rivedere le relazioni con il resto del mondo, ancor più con il regime di Xi Jinping, appena riconfermato per un terzo, inusuale mandato. La decisione di Scholz è stata molto criticata, non soltanto dai partner europei e americani, ma anche dalla sua stessa ministra degli Esteri, Annalena Baerbock, che gli ha ricordato che va scritta «una nuova strategia» con Pechino che consideri certamente le relazioni commerciali in corso ma anche la «rivalità sistemica» messa in campo dalla Cina nei confronti dell’Occidente. La Baerbock non ha fatto un riferimento esplicito alla decisione del governo di Berlino di concedere alla cinese Cosco l’acquisto di una quota nel porto di Amburgo, ma la sua critica al cancelliere nasce esattamente dalle tensioni che ci sono state dentro la coalizione proprio per questa quota e che Scholz ha infine deciso di ignorare.
Secondo alcuni, nella decisione del cancelliere pesano le sue esperienze con la Cina. La saga di Cosco dimostra che l’approccio di Scholz è ancora troppo influenzato dalle sue due esperienze formative sulla Cina, come ha scritto la rivista «Foreign Policy». La prima è stata quando Scholz era sindaco di Amburgo, tra il 2011 e il 2018, e aveva investito sulla necessità di espandere i legami commerciali con la Cina. In un’intervista del 2017 a un’emittente statale cinese, Scholz aveva definito Amburgo «il più grande porto cinese in Germania e in Europa», segnalando il sostegno alla Belt and Road Initiative di Pechino. La seconda è stata quando, da ministro delle Finanze, Scholz ha interagito con i «pragmatici» dell’apparato cinese, ottenendo garanzie commerciali che lo avevano rassicurato.
La Germania è il principale partner commerciale europeo della Cina e spinge per continuare gli scambi tra l’Ue e Pechino, ultimamente irrigiditi anche perché il regime cinese vìola i diritti civili, in particolare quelli degli uiguri. Scholz ha sì criticato il Consiglio dei diritti umani dell’Onu che ha votato contro l’apertura del dibattito sul report sempre dell’Onu che documenta le violazioni sistematiche dei diritti nello Xinjiang, ma è anche contrario alla cosiddetta strategia del «decoupling», il disaccoppiamento, introdotta dagli Stati Uniti e che mira a non creare troppe dipendenze con il regime cinese. In una conferenza di imprenditori a Berlino Scholz aveva detto: «La globalizzazione è una storia di successo che ha portato benessere a molte persone. Dobbiamo difenderla. Il decoupling è la risposta sbagliata». Scholz in realtà agisce in continuità rispetto al passato della Germania, visto che era stata l’ex cancelliera Angela Merkel a definire una strategia di apertura commerciale nei confronti della Cina. Ma ora il mondo è cambiato, la premessa sottostante alla visione merkeliana (e di buona parte dei leader occidentali) è crollata nel momento in cui Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: si pensava che il coinvolgimento commerciale potesse garantire la pace, ma Mosca ha dimostrato che non è vero. Anzi, ogni dipendenza commerciale è diventata pericolosa, come stiamo vedendo con il gas e il petrolio russo. È per questo che l’America di Joe Biden ha avviato una politica molto decisa nei confronti di Pechino, che si fonda sulla definizione della Cina come di una minaccia. Anche il capo della diplomazia europea, Josep Borrell, solitamente molto cauto, è stato molto deciso: «Stiamo soffrendo le conseguenze di un processo durato anni in cui noi europei abbiamo disaccoppiato le fonti della nostra prosperità da quelle della nostra sicurezza», affidandoci all’energia russa e al mercato cinese per la prosperità e agli Stati Uniti per la sicurezza.
Secondo alcune fonti, Emmanuel Macron, il presidente francese, aveva offerto a Scholz di andare insieme a Pechino in modo da presentarsi come un fronte unito, dialogante ma non ingenuo. Sembra che il cancelliere tedesco abbia declinato l’invito, confermando le tensioni all’interno del motore franco-tedesco tanto rilevante per l’Ue, ma anche la volontà di Berlino di muoversi in modo tanto autonomo da sembrare a tratti ostile nei confronti dei propri alleati. Ancor più ora che la lezione russa dovrebbe essere appresa: ci vuole unità per trattare con i regimi, muovendosi in modo disordinato si finisce per agevolarli.