Se l’Italia è, come diceva Eco negli anni Sessanta, la «periferia dell’Impero» (americano), noi siamo la provincia, anzi una minuscola marca di confine, di tale periferia. Alcuni preferiscono ignorare questa nostra condizione, di italiani transitati cinque secoli fa nella Lega confederata, come se fosse un’eredità da consegnare agli archivi. Però poi, quando l’Italia si fa promotrice di iniziative originali, che fanno vibrare le corde più profonde – com’è successo nelle scorse settimane con il «Dantedì» – ecco levarsi un coro di lodi, accompagnato da un numero cospicuo di manifestazioni collaterali; ecco che si ritorna a parlare di «italianità», termine da tempo caduto in disuso, scalzato nel dibattito politico dalla «identità», nozione che vanta una miglior presa nel campo della comunicazione e della propaganda.
Prima che si facesse strada questo nazionalismo cantonale, appariva naturale considerarsi un ramo della gran pianta italica. Per rimanere alla letteratura italiana dei primordi, basterà ricordare il contributo agli studi danteschi del bregagliotto Giovanni Andrea Scartazzini. Nato a Bondo nel 1837, morto a Fahrwangen (Argovia) nel 1901, fu considerato nella seconda metà dell’Ottocento uno dei maggiori interpreti dell’opera del sommo poeta, in particolare della Divina Commedia, della quale curò – sia in italiano che in tedesco – diverse edizioni commentate. Pastore protestante in alcune località della Svizzera tedesca, Scartazzini vestì anche i panni del cronista, presenziando al processo sui fatti di Stabio del 1876, lo scontro a fucilate tra liberali e conservatori (il resoconto, redatto in tedesco per la NZZ, è disponibile anche in italiano nelle edizioni Giampiero Casagrande). Scartazzini è tuttora menzionato in tutte le maggiori bibliografie sul poema. E certamente gli va riconosciuto il non piccolo merito di aver fatto conoscere la Commedia oltre la catena alpina.
C’è stato infatti un tempo, non breve, in cui le università elvetiche – tutte, senza eccezioni – dedicavano un notevole spazio all’insegnamento della lingua e della letteratura italiane. Nei confronti di questa componente fondamentale del paese (la «terza Svizzera») c’era premura e si manifestava attenzione, anche chiamando dal Ticino e dal Grigioni italiano docenti qualificati. Ne ricordiamo alcuni del passato: Bonalumi e Lurati a Basilea, Zoppi, Calgari e Besomi al Politecnico di Zurigo, Jenni e Conti a Berna, padre Pozzi a Friburgo, Fasani a Neuchâtel, Roedel, Fontana e Martinoni a San Gallo. I rettorati e i consessi accademici erano consapevoli che ai più bei nomi dell’italianistica provenienti dagli atenei della penisola (De Sanctis, Contini, Isella…) occorreva affiancare alcuni colleghi confederati della minoranza italofona. Il che avrebbe permesso non solo di ibridare scuole e tradizioni diverse, ma anche di veicolare una migliore conoscenza della Svizzera italiana: della sua cultura non solo linguistica, dei suoi rovelli e delle sue rivendicazioni, dei dibattiti che la percorrevano e la agitavano. Si riteneva imprescindibile che i futuri insegnanti delle scuole superiori nei cantoni svizzero-tedeschi e romandi potessero toccare con mano la vita agra dei loro «amici del sud», «fratelli» non sempre sereni e spensierati come volevano certi quadretti oleografici. Ad alimentare tale sollecitudine concorreva certamente il clima che si era creato negli anni Trenta e durante la guerra, la difesa spirituale e la mobilitazione delle truppe alle frontiere, fatti che avevano comportato scambi e trasferimenti da un cantone all’altro (da leggere, o rileggere, in proposito i taccuini del soldato Max Frisch).
Ora invece sembra che tutto questo, questo bisogno di conoscere l’Altro, l’esponente di una minoranza, stia venendo meno e che la Svizzera italiana ricada nello stereotipo che l’ha accompagnata per decenni, ossia quella di una terra popolata da un «popolo gaio» ma che non ha molto da offrire oltre al sole mediterraneo che la riscalda. Le notizie provenienti dalla cattedra di italiano da Basilea (pesante decurtazione del monte-ore) annunciano ulteriori sventure per la terza lingua nazionale. Nel frattempo la cattedra di Neuchâtel è sparita nell’indifferenza delle autorità cittadine. Ma la disaffezione inizia già nei ginnasi-licei, anello fondamentale dell’insegnamento e tappa propedeutica per gli studi successivi. Escludere l’italiano già a questo stadio vuol dire eliminare dall’orizzonte culturale del paese una parte costitutiva della sua personalità, scolpita nel tempo dagli svizzero-italiani ma anche dall’ancora numerosa e vivace comunità di origine italiana.