Vedere un algoritmo tranquillizza. Se ve ne venisse mai la voglia potete trovarne uno su https://github.com/twitter/the-algorithm. È il famoso «algoritmo di raccomandazione», elaborato dai tecnici di Twitter: quello che Elon Musk prometteva di rendere pubblico, per mostrare le buone intenzioni, la trasparenza etica della sua azienda. Ebbene, promessa mantenuta. Grazie a Musk ora sappiamo almeno in che modo vengono scelte le proposte di contatto con profili «estranei», non inclusi cioè nel novero di quelli che seguiamo abitualmente.
Le righe di codice sono lì da vedere, in tutta la loro disarmante semplicità. Per chi non ha dimestichezza con l’argomento, si tratta di istruzioni indubbiamente complesse da interpretare, ma che viste con occhio un po’ allenato non fanno proprio paura. Si tratta di semplici contatori delle nostre interazioni. Indubbiamente navigando sui social noi compiamo azioni (leggendo, mettendo dei like, commentando, anche solo ignorando dei post) che vengono registrate, diventano numeri, e indirizzano poi la complicata rete di osservazione e calcolo messa in atto dai gestori del social. E questo lo sapevamo anche prima di leggere il codice.
La spiegazione della strategia generale di Twitter (almeno nella sua parte resa pubblicamente accessibile) la trovate qui: https://blog.twitter.com/engineering/en_us/topics/open-source/2023/twitter-recommendation-algorithm e scusate il lungo indirizzo. È un testo impegnativo ma utile, come detto, per sdrammatizzare. Il processo in effetti funziona né più né meno come quello delle carte fedeltà che numerose imprese commerciali ci assegnano, con l’intento di osservare i nostri acquisti e di armonizzarli con i servizi che ci possono essere offerti in rapporto alle nostre necessità. Sapere che la gestione di un social risponde alla stessa logica non ci stupisce: in fondo siamo lì per quello.
Non ci sorprende affatto scoprire ad esempio che veniamo affiliati d’amblé a una (o a varie) delle molte comunità in cui i programmatori suddividono operativamente gli iscritti. Sono ben 145mila, e rappresentano altrettanti gruppi di interesse generico: la comunità «pop», ad esempio, conta 332 milioni di utenti, tra cui i fan di Rihanna, Jennifer Lopez, Lady Gaga ecc.; la comunità «news», 293 milioni di utenti, riguarda coloro che seguono abitualmente testate giornalistiche come «Guardian», «Wall Street Journal», ecc. Ci sono poi, prevedibilmente, la comunità «calcio» (191 milioni), la comunità «NBA» (70 milioni) e così via. Sulla base della nostra quota di interazione con altri utenti della comunità, ci saranno proposti , nella sezione di tweet consigliati «per te», utenti che ne fanno parte ma che non conosciamo e seguiamo.
La faccenda è delicata. Alla piattaforma interessa assolutamente che la nostra esperienza d’uso sia appagante e informativa. È la condizione base della sua sopravvivenza. Per questo deve costantemente nutrire il nostro bisogno di tornare a visitarla. L’outing di Twitter è interessante perché mostra come ognuno degli utenti sia inserito in una sorta di classifica, stilata in base ai suoi comportamenti, e sia questa classifica a rendere probabile per lui l’interazione con altri utenti che totalizzano il medesimo risultato. Insomma l’algoritmo è fondamentalmente «gentile» (parafrasando il nostro poeta Miladinović) e si preoccupa di proporci nuovi amici.
Ironia a parte, i criteri di scelta nella proposta di nuovi amici sono: offrire all’utente una costante diversità di voci, fare in modo che queste arrivino in modo equilibrato da amici e da non amici. Vi risparmiamo altri particolari e riassumiamo rendendovi attenti su come tutto il lavoro dell’algoritmo si riduca sostanzialmente a metterci in una classifica chiamata Social Graph, grafico sociale, da cui si cerca di estrapolare una probabilità di comportamento.
Nell’ultima divertentissima frase abbozzano: «Gestiamo ogni giorno 150 miliardi di Tweet. Se i nostri sforzi per costruire il perimetro della città del futuro ti convincono, puoi considerare anche la possibilità di lavorare per noi. Clicca qui». Ma a questo punto l’algoritmo dovrebbe già sapere, se la cosa ci interessa…. E magari averci già mandato un Tweet con la proposta. (Agli algoritmi bisogna sempre dire tutto…).