A quasi un anno dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin s’è aperta una nuova fase della guerra, ed è crollato un altro tabù nel sostegno che l’Occidente è disposto a dare a Kiev. L’aggressione di Mosca è continuativa, indiscriminata e geograficamente allargata a tutta l’Ucraina: nelle ultime settimane le immagini e i racconti dal fronte del Donbass, in particolare nella regione di Bakhmut, ci dicono che il fronte della guerra non è quello che ci immaginiamo – conflitti distanziati, coi radar – ma è ravvicinato e brutale, oltre che mortifero. Per questo il sostegno occidentale è cambiato e ora sono in arrivo, oltre ai sistemi missilistici, i carri armati di fabbricazione inglese, americana e tedesca. Questo cambio di passo è stato tormentato soprattutto in Germania, che produce i carri armati Leopard, mezzi all’avanguardia in possesso di molti eserciti europei, oltre ovviamente quello tedesco. Con il tempo scopriremo forse il mistero di Olaf Scholz, il riluttante cancelliere tedesco che, proprio sull’invio dei Leopard, si è infilato in un vicolo cieco, uscendone parecchio ammaccato nella propria credibilità – ha infine dato il suo consenso dopo averlo rimandato per troppo tempo – e nella fiducia che i suoi alleati, interni e internazionali, sono disposti a concedergli nella gestione di questo conflitto.
Se il cancelliere ne esce male, invece la sua ministra degli Esteri, la Verde Annalena Baerbock, brilla sempre di più. La trattativa sui Leopard è solo l’ultimo esempio della costruzione della leadership di Baerbock, che riguarda lei naturalmente ma anche i Verdi tedeschi e forse, facendo un passo più lungo, l’idea di una sinistra nuova e rinnovata di fronte alla guerra. Quando ancora Scholz tentennava e deludeva le aspettative dei suoi alleati e del Governo ucraino – ferocissimo con le cautele tedesche – Baerbock ha affermato che la Germania non si sarebbe opposta al fatto che gli altri Paesi, come la Polonia (la più insistente), potessero inviare all’Ucraina i Leopard in loro possesso: in quel momento, mentre la ministra degli Esteri parlava, l’autorizzazione di Berlino era ancora in forse. Baerbock ha detto questa frase, che ha spinto Scholz almeno a sbloccare la possibilità che i panzer fossero inviati dagli altri Paesi europei, in un’intervista a una televisione francese, dettaglio non da poco se si pensa a quanto sono freddi i rapporti oggi tra Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron, e se si pensa alla risonanza che questa «spintarella» in diretta tv avrebbe avuto (lo stesso giornalista francese ha chiesto a Baerbock «Ho capito bene?» e lei «Sì, ha capito bene»).
A differenza di Scholz e dell’Spd, il partito a capo della coalizione semaforo che oggi guida la Germania (il terzo è quello dei liberali), Baerbock ha avuto fin dall’inizio un approccio molto deciso alla guerra: «È necessario fare tutto il possibile per fermare l’aggressione di Putin», ha dichiarato già nella prima fase del conflitto, quando ancora questo «tutto il possibile» aveva contorni sfumati che fornivano vie di fuga a Scholz e anche ad altri alleati. Da quel momento Baerbock si è impegnata per un sostegno a tutto tondo, da quello militare a quello umanitario e finanziario, che è di fatto il più grande impegno assunto dalla Germania nei confronti dell’Ucraina: per quanto possa sembrare contraddittorio rispetto alla percezione prevalente, Berlino è il secondo donatore tra gli alleati, dopo gli Stati Uniti. La ministra degli Esteri rivendica questo impegno e anzi lavora per costruire anche le condizioni perché i crimini che la Russia sta compiendo in Ucraina vengano riconosciuti a livello internazionale e Mosca sia chiamata a rendersene responsabile.
L’esperienza di Baerbock indica un’evoluzione del pensiero dei Verdi: come noto, i Grünen sono i più pragmatici tra i Verdi europei. Poiché sono al Governo in molte regioni tedesche, fanno conti quotidiani con la necessità di far convergere la propria ideologia con l’amministrazione concreta di persone, soldi, territori. Il pacifismo è uno dei tratti più raccontati del pensiero dei Verdi, ma Baerbock ha mostrato in quest’anno di guerra che volere la pace non significa non essere disposti a usare anche i mezzi militari per conquistarla. Ancor più se è una guerra d’aggressione in cui Putin vuole dimostrare che le regole internazionali non hanno valore, conta la legge del più forte. Se così è, allora bisogna far valere le regole internazionali e dimostrare una forza superiore: è questa idea che Baerbock ha imposto nel dibattito come un’idea di sinistra.