Anni ormai orsono il dibattito antropologico conobbe una felice stagione di confronto sul tema del rapporto fra cultura «dotta» e «cultura popolare». Detto in soldoni: a chi sosteneva che i due ambiti fossero sociologicamente, culturalmente e politicamente distanti ed incompatibili si contrapponevano coloro che invece argomentavano che fra le due sfere vi fossero sì diversità anche importanti, ma anche – e soprattutto – fenomeni osmotici che, nella sostanza, costituivano una certa continuità fra la cultura delle «classi dirigenti» e quella delle «classi subalterne». Per capire i cambiamenti di prospettiva che sono intervenuti in soli trent’anni occorre sottolineare che si dibatteva allora sul rapporto fra cultura «alta» e cultura «bassa» soprattutto da un punto di vista storico, con l’oggetto del contendere costituito in sostanza dalle culture premoderne, e da quella che definiamo «medievale» in particolare.
Da allora le cose sono cambiate. Cambiate: ma non nel senso che il problema in questione sia stato risolto. Nelle scienze sociali, infatti ahimè, i problemi «scientifici» non si risolvono come nelle scienze esatte dove ad un certo punto «la ricerca» decide che X è vero e Y è falso. No, da noi no. Si dibatte e si litiga per un po’, si decide di essere d’accordo sul fatto che non si sia d’accordo, si conclude poco – e poi si passa ad altro e si ricomincia. Nella fattispecie, il problema di cui sopra è stato aggirato con l’elaborazione di un nuovo concetto di cultura che vanifica l’idea che vi siano entro ciascuna formazione sociale dislivelli interni fra quella che fu la «cultura dominante» e la corrispondente «cultura subalterna». Oggi infatti si parla di cultura di massa, nella quale ci sarebbero dentro tutti, ma proprio tutti. Le armi storiche della cultura di massa sarebbero «in principio» i mezzi di comunicazione di massa – radio e tv – e poi via via le globalizzazioni culturali degli iPhone, del web delle app e compagnia. Se quelle sono le armi della cultura di massa, il suo braccio armato è il populismo. Cosa sia di preciso «il populismo» nessuno lo sa per certo, sì da poterlo prendere per le corna e farsi una botta di conti in tasca. Quel che si sa è che è di moda (della quale si capisce per certo ancor meno): questa è precisamente la sua forza, sfuggente e micidiale.
Ma veniamo al dunque: il 9 ottobre 1967 Ernesto Guevara, argentino, al secolo rivoluzionario detto il «Che» perché balbettava intercalando, fu fatto secco a La Higuera, Bolivia, senza processo, da un sergente alcolizzato/ricattato delle forze di sicurezza del governo boliviano imbeccate dalla CIA statunitense dopo uno scontro che le vide opposte ai guerriglieri. Gli stessi che il Che intendeva portare a Bogotà per l’inizio di una nuova era – rivoluzionaria e socialista – di quello che, dopo tutto, era il Paese che portava il nome del libertador Simon Bolivar. Saranno in molti fra i lettori di questa rubrica a ricordare le fotografie del cadavere del Che, un mix fra un San Sebastiano trapassato dai proiettili e un Ecce Homo. Portano alla mente – e senza intenzione alcuna da parte degli autori degli scatti, s’intenda (ma questa è parte della loro carica iconica) – il dipinto del Cristo Morto del Mantegna della Pinacoteca di Brera.
Flash back dall’Omega all’Alfa e torniamo al ritratto fotografico del Che che Alberto Korda scattò il 5 marzo 1960: poche altre immagini entrerebbero d’ufficio in una capsula del tempo da consegnare a futura memoria come esemplificative del XX secolo urbi et orbi. Black and White di Man Ray, Marilyn Monroe di Andy Warhol ne farebbero probabilmente il complemento di un terzetto di icone rappresentative di quanto una buona fetta della popolazione globale potrebbe identificare come appartenente al suo orizzonte culturale. Resta da interrogarsi, nel caso specifico, su cosa abbia reso il Che – rivoluzionario e marxista, partigiano controverso finché si voglia ma certo senza compromessi – una figura buona per tutte le stagioni del populismo oggi dilagante. Magliette, logo, stemmi e bandiere – da Destra a Sinistra: il ritratto mediatico del Che è oggi icona trasversale agli schieramenti ideologici… ma icona di cosa?!
Una notizia del 3 ottobre – verificabile in web – ci dice che Roberto Maroni, Presidente della frontaliera Regione Lombardia, già Ministro dell’interno dello Stato Transalpino e calibro da novanta della Lega Padana, abbia pubblicato sul suo blog il Manifesto dei Giovani della Padania. Il «logo»? Un «manifesto» che reca il ritratto korbiano del Che: lo sfondo è rigorosamente verde, il logocolore della Lega Padana. Lo slogan legge: «La Rivoluzione ha cambiato colore». Miracoli della cultura di massa e del populismo pigliatutto: l’odiato eroe del comunismo d’antan è diventato testata d’angolo. Da Rosso a Verde (di rabbia?).
Per suo conto, il Che aveva scritto il suo epitaffio ad una conferenza internazionale dei Paesi del Terzo Mondo tre mesi prima di essere fatto secco: «Ovunque la morte possa sorprenderci, sia benvenuta. Sia benvenuta nella misura in cui qualcuno sia in grado di comprenderne il grido di battaglia e riesca a consegnarlo a chi possa combattere per la libertà». Hasta – e RIP – Comandante.