Giorgia Meloni non dorme sonni tranquilli

/ 08.05.2023
di Aldo Cazzullo

Il Governo di Giorgia Meloni ora non ha alternative. L’opposizione è debole e divisa. Il consenso per la presidente del Consiglio è ancora alto. Eppure la situazione dell’Italia è molto difficile. Il Paese rischia di sprecare la grande occasione del PNRR, il piano di resilienza e ripresa, insomma la sigla con cui si indicano i soldi che l’Europa ha stanziato dopo la pandemia, che per quasi due terzi sono da restituire. L’Italia già prima non riusciva a spendere i fondi europei. Figurarsi adesso che si parla di oltre 200 miliardi di euro. L’Europa infatti non finanza gli stipendi dei forestali (la Calabria ne ha più della California), il reddito di cittadinanza, le pensioni ai falsi invalidi. L’Europa finanzia cantieri, progetti, infrastrutture, innovazione. Tutte cose che richiedono ingegneri, tecnici, burocrati d’avanguardia. E che comportano competenze, fatica, rumore, sacrifici, disagi che gli italiani sono decisi a non sopportare. Non a caso Roma è l’unica capitale del pianeta senza un inceneritore, che deve portare i rifiuti ad Amsterdam. Figurarsi il Ponte sullo Stretto, di cui si parla da 70 anni ma non si farà neppure con il PNRR.

L’agenzia internazionale Moody’s ha consigliato di disinvestire dai buoni del tesoro italiani e subito si è parlato di complotto contro il Governo Meloni. Proprio come si fece nel 2011 al tempo delle dimissioni di Silvio Berlusconi e dell’avvento di Mario Monti. Ovviamente non c’è nessun complotto della finanza e dei mercati oggi, come non c’era nel 2011. La finanza e i mercati non sono di destra o di sinistra. Non ordiscono complotti; semmai speculazioni. Il loro scopo non è danneggiare o favorire un leader politico. Il loro scopo è fare soldi. Investire sui titoli di un Paese debole, dove il debito pubblico cresce più del PIL, può essere remunerativo, perché quel Paese dovrà pagare di più per finanziarsi; ma se diventa troppo debole, l’investimento si fa rischioso e conviene puntare su un Paese un po’ meno debole. In questo caso: la Spagna.

Le crisi comunque hanno sempre fatto avanzare l’Europa. Quella del 1992-1993 accelerò l’unificazione monetaria. Quella dei mutui subprime portò a creare meccanismi di solidarietà e garanzia. Con la pandemia si è anche fatto debito comune. Nello stesso tempo, però, il debito pubblico italiano è continuato a crescere e, se non si riuscisse a spendere in modo produttivo i soldi del PNRR, la situazione da critica diventerebbe catastrofica. Anche per questo Meloni ha bisogno di ribaltare il quadro europeo, incentrato da sempre sull’alleanza tra popolari e socialisti. Il laboratorio potrebbe essere proprio la Spagna, dove dalle elezioni di dicembre potrebbe uscire una maggioranza composta dai popolari (PPE) e da Vox, alleati di Meloni. Oggi il PPE non guida nessuno dei sei Governi dei sei Paesi più importanti d’Europa: oltre a Italia e Spagna, Germania, Francia, Polonia, Paesi Bassi. Al tempo di Angela Merkel l’alleanza con i Conservatori non sarebbe mai passata. Con Manfred Weber potrebbe accadere ma finché ci sono Scholz alla Cancelleria e Macron all’Eliseo non sarà facile.

L’altro puntello politico di Meloni è il buon rapporto con gli USA. La scelta atlantista al fianco dell’Ucraina ha pagato. Ma a Washington, almeno fino a quando ci sarà un presidente democratico, non guarderanno mai con trasporto al Governo italiano di destra-centro. Un po’ di respiro all’economia e all’occupazione dovrebbe venire dal decreto, varato il primo maggio, che taglia il cuneo fiscale, la differenza tra quel che paga il datore di lavoro e quel che resta nella busta paga del lavoratore dipendente. Ma è una misura che dura fino a novembre. E intanto l’inflazione che erode i salari finirà per erodere anche il consenso al Governo e alla sua leader.

Certo, bisogna distinguere tra una maggioranza politica tutt’altro che unita e Giorgia Meloni che continua a piacere a molti italiani. Pure le polemiche sul 25 aprile, la data della Liberazione dal nazifascismo, non hanno inciso più di tanto: non è certo su questo che in un Paese dalla scarsa memoria storica come l’Italia si forma il consenso o il dissenso su un capo politico. Il livello di gradimento di Giorgia Meloni è al momento superiore a quello di Mario Draghi. Ma non c’è dubbio che lo standing internazionale di Draghi fosse per l’Italia un atout, un vantaggio che al momento il Paese ha perso. E con un debito pubblico che veleggia verso i tremila miliardi di euro nessun governante può stare tranquillo.