Sta nascendo, in Italia, il primo Governo guidato da una donna, e il primo Governo guidato da una leader espressione della destra radicale, quella erede del Movimento sociale. È una svolta storica. La vittoria di Giorgia Meloni non avrebbe potuto essere più netta: il 25 settembre nel Paese; poi al Senato, dove il suo candidato Ignazio La Russa è stato eletto presidente al primo colpo, senza i voti di Forza Italia ma con almeno 19 voti di esponenti dell’opposizione. Eppure per Meloni il difficile viene adesso. Perché la donna che da oggi è la front-runner del centrodestra, per il consenso popolare e per la capacità di farlo valere nel Palazzo, deve affrontare il vero nodo. Ovvero decidere se stare con l’Europa o con i sovranisti, con Zelensky oppure con Putin, con il partito del rigore o con quello dello scostamento di bilancio.
C’è ovviamente una questione di rapporti dentro la maggioranza. Un’intesa va trovata e non può passare per l’umiliazione di Berlusconi, che resta pur sempre il fondatore del centrodestra. È interesse anche di Meloni evitare che il fallimento, quindi la vendetta, diventi la missione della vita del Cavaliere. Ma la vera questione è il rapporto con l’Europa. Meloni deve affrontare uno dei momenti più drammatici della storia europea. In questo secolo abbiamo già superato crisi terribili: l’11 settembre, il crollo di Wall Street, la pandemia; ma i prezzi restavano stabili. Ora i prezzi sono impazziti, mentre sui confini orientali del Continente scoppiava una guerra senza quartiere. In un’Europa priva di leader, senza Angela Merkel e con un Emmanuel Macron dimezzato, tornano gli egoismi nazionali, a partire dalla Nazione economicamente più grande, la Germania. Ma farsi condurre su quel sentiero è forse nell’istinto, ma certo non nella convenienza di Meloni. Mai come oggi l’interesse nazionale passa dai buoni rapporti con la Commissione di Bruxelles, da cui l’Italia deve incassare in tutto 191 miliardi, con la Banca centrale, che deve continuare a comprare i titoli di Stato dei Paesi più indebitati, con il Cancelliere Olaf Scholz che non può boicottare per sempre il tetto al prezzo del gas, e con la Francia che resta il partner economico naturale dell’Italia.
Meloni non è Mario Draghi. Per essere credibile in Europa deve al più presto stabilizzarsi in patria. Dopo aver trovato con Sergio Mattarella l’accordo sulla lista dei ministri, dovrà collaborare con il premier uscente nella delicata fase di passaggio dei poteri e garantire la tenuta della propria maggioranza. Ero al Senato settimana scorsa e due cose mi hanno colpito. La calma di Matteo Salvini, all’evidenza soddisfatto dalle promesse: le Infrastrutture per sé, con i denari del Recovery da spendere; la presidenza della Camera per il suo vice Lorenzo Fontana; gli Interni per un tecnico d’area; gli Affari regionali per un fedelissimo, con l’autonomia da conquistare. Lo stesso Giorgetti all’Economia non sarebbe una sciagura per Salvini: se facesse bene sarebbe un successo per il Carroccio, se fallisse sarebbe un fallimento suo.
Dall’altra parte, la confusione di Berlusconi – che prima impone ai suoi di astenersi e poi in un attimo di distrazione di Licia Ronzulli, la sua «donna forte», si fa accompagnare al voto da Daniela Santanché – se ha reso possibile la vittoria di giornata di Meloni, alla lunga può diventare un problema per il suo Governo. Ecco perché serve un’intesa che non generi rancori ma stabilità. Fratelli d’Italia, che ora ha sia Palazzo Chigi (sede del Governo) sia Palazzo Madama (sede del Senato) dovrà alzare il livello: non accontentando i capricci degli alleati ma formando una squadra solida, aperta ai competenti, competitiva in Europa, non minata in partenza dalle piccole beghe di casa nostra. Gli italiani, mai così in difficoltà, non capirebbero. E l’innamoramento diventerebbe presto disillusione.
Meloni finora si sta muovendo in modo accorto. Che la destra faccia la destra è nelle cose. La vittoria che ha ottenuto il 25 settembre non è solo politica ma culturale. Se la destra vince a Sesto San Giovanni, a Modena, a Pistoia, a Pisa, a Livorno, a Siena, se Fratelli d’Italia è il primo partito in Toscana, allora la vittoria non è solo un fatto numerico, denota l’incapacità della sinistra non solo di rappresentare i ceti popolari e i territori che governa da sempre, ma pure di proteggere la memoria di sé stessa. Nella trattative con Berlusconi, Giorgia Meloni ha confermato di avere un piglio da leader. Il Governo sarà giudicato, più che dai nomi, dai fatti. Sarà una prova durissima e l’Europa non appare molto ben disposta.